-2- IL “TERRORISMO ISLAMICO”: mistificazione senza realta? (2)

Pubblicato: luglio 9, 2009 in Terrorismo islamico in Italia
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Alla prima parte

In uno dei processi per terrorismo celebratosi a Napoli contro il gruppo dei cinque imputati (Bourhama, Serai, Larbi, Tartag, Achuer), due di essi (Tartag ed Achour) scelgono il giudizio abbreviato, convinti di rischiare poco vista l’inconsistenza delle accuse; e si trovano invece condannati a sei anni di carcere ciascuno.

Ricorrono in Cassazione, che però non ha il compito di valutare la logica delle sentenze, ma semplicemente la loro legittimità tecnica; e comunque l’esperienza dimostra che raramente, la Cassazione osa annullare sentenze scorrette, quando c’è di mezzo la logica della “guerra al terrorismo”.

Così il 29 maggio del 2009, il Procuratore Generale alla Cassazione prima dichiara che “la sentenza impugnata dalle difese non è una bella sentenza, anzi fa proprio acqua da tutte le parti”, e poi invita la Corte… a confermare la sentenza.

Vediamo nel dettaglio.

Gli aberranti esiti finali dell’operazione che ha condotti ai processi di Napoli contro Bourhama Yamine + 5

Il Procuratore Generale alla Cassazione: “…La sentenza impugnata dalle difese non è una bella sentenza… anzi fa proprio acqua; comunque voi confermatela!”

Il processo a Napoli contro gli algerini Tartag Samir e Achour Rabah che, diversamente dai loro tre compagni Bourhama Yamine, Larbi Mohamed e Serai Khaled, avevano optato per il “giudizio abbreviato” convinti di non poter essere considerati terroristi per qualche frase di sfogo o per opinioni, per anticonformiste che potessero apparire, si è era concluso in secondo grado nel 2008 con la conferma della sentenza di primo grado, cioè, sei anni di reclusione.

Dopo la sentenza e nella contestualità del ricorso per Cassazione, noi osservavamo subito che la Cassazione, come consueto in questo genere di reati ove è questione di “politica internazionale”, di “logica di guerra” e dove si intrecciano confusamente elementi di merito sui quali essa, quale giudice di legittimità, difficilmente osa pronunciarsi in modo favorevole agli imputati arrivando ad annullare la sentenza di condanna per “scorretta” che possa essere.

Lo fa soltanto allorché arrivi a ravvisare una palese violazione delle regole della logica in assoluto e del resto molto difficilmente essa si impegna ad addentrarsi nell’esame dettagliato dei fatti sicchè possa giungersi ad un annullamento delle sentenze impugnate.

La Cassazione infatti, di regola, non può estendersi fino a giudicare se, la logica adottata nella sentenza impugnata, sia la più coerente con i fatti e le emergenze processuali o se sia invece “più logica” una deduzione opposta a quella sviluppata dal giudice di merito.

Infatti, la scelta di “una serie di deduzioni” se tra di loro coerenti con una “logica formale” costituisce una scelta di merito che compete ai giudici del primo e del secondo grado secondo il loro “libero convincimento” e non è censurabile, altrimenti, quello di Cassazione, diventerebbe un terzo grado di giudizio e non sarebbe di mera legittimità quale esso è.[1]

Questo dicevamo già un anno prima che la Cassazione si occupasse dei ricorsi di Tartan e di Achuor nei termini che vedremo fra poco.

Nella fase di Cassazione, dinnanzi alla quale si è già svolto il giudizio il 26 maggio 2009 avveniva qualcosa che a noi pare avvicinarsi al grottesco.

Il Procuratore Generale che pur aveva promesso alla stampa in aula un’interessante partita, esordiva affermando che la sentenza

“…è una brutta sentenza”; “che faceva acqua da tutte le parti”; “che non era in grado di sostenere il vigore delle accuse”; “che pur esordendo la sentenza con affermazioni di principio corrette ed in linea con la Cassazione, poi in tema di fatto e all’applicazione al caso concreto di quei principi non era in grado di sostenere con efficacia la conclusione colpevolista e pertanto lasciava spazio ai ricorsi”.

Poi, improvvisamente, concludeva che

“…tuttavia andando alla ricerca all’interno della sentenza con un po’ di buona volontà, tutto sommato si ritrova una certa coerenza e sembra raggiungere lo scopo; per cui se ne chiede la conferma ed il rigetto dei ricorsi… “…Ma poi…”, soggiungeva rivolto alla Corte, “vedete comunque voi; quel che potete”.

Tra lo stupore dei giornalisti ma non delle difese avvezze a cogliere le sfumature.

Con la premessa che per trovare una logica occorre andare a navigare alla sua ricerca dentro la sentenza e che è sì brutta ma in ogni caso raggiunge lo scopo (come se la “bruttezza” di una sentenza fosse un problema di estetica o di grammatica) la Cassazione rigettava i ricorsi e confermava le condanne!

Non era sfuggito alle difese che qualcosa non sarebbe andato per il verso giusto.

Ripetendosi un rituale che si era già svolto in un altro processo (l’Appello del caso di Anzio allorché la Corte d’Assise d’Appello aveva tentato di modificare la sentenza di assoluzione poi confermata invece dalla Cassazione) il Presidente, prima che l’Accusa e le Difese iniziassero a parlare, preavvisava che non si doveva dimenticare che eravamo in Cassazione dove le considerazioni di merito non c’entrano nulla; dove sono interdette le valutazioni sulle intercettazioni; dove ci si trova in presenza di un reato che non ha bisogno di essere consumato perché è a “tutela anticipata”; come a dire che poco più vi era da parlare.

Così, nonostante le motivazioni fossero tutte di legittimità e nessuna di merito, nulla valeva averle evidenziate con 80 pagine di ricorso e con la difesa finale in udienza.

Quanto alla Corte d’Assise d’Appello che attendeva l’esito della Cassazione, si vedrà; l’unico vantaggio è che le intercettazioni in questo caso sono tradotte in modo più corretto e completo che non nei brogliacci sulla base dei quali è stato celebrato il “giudizio abbreviato” di Tartag e di Achour.

Nota:

(ritornare al testo)
Per la verità questo principio dovrebbe trovare una limitazione nel fatto stesso che la logica è una ed unica e le violazioni della logica universale quale facoltà umana che deve rispettare certe regole andrebbe sempre verificata ma nel senso “tecnico-giuridico” la “contraddizione logica” pare non debba essere intesa in questo modo.

Così, se ad esempio si dicesse che la Corte d’Appello ha condannato l’imputato inventando (poniamo pure per assurdo in mala fede) un’intercettazione o aggiungendo o sopprimendo una frase sulla base della quale è emessa la sentenza di condanna (ad esempio una presunta confessione), la Cassazione non andrà a verificare se questo è vero; gli è precluso e non è tenuta perché questo appartiene al merito.

Essa si limiterà a vedere se è logico il nesso tra la frase che la sentenza riporta (pur avendola inventata, come abbiamo ipotizzato) e la condanna che ne scaturisce come conseguenza logica.

Per fare un esempio paradossale, se la sentenza dicesse: ”Come risulta dalla confessione dell’imputato il quale nell’intercettazione afferma “è stato mio fratello”, la responsabilità appare certa e provata e pertanto l’imputato è colpevole per sua stessa ammissione e confessione”, allora la sentenza sarebbe illogica per un suo vizio-logico intrinseco ed estrinseco nell’uso della logica deduttiva tra il fatto posto a fondamento e la conseguenza; ma se questo genere di logica non è violata, tutti i presupposti processuale riportati in sentenza e che pur potrebbe essere falsi e persino artatamente alterati, debbono essere accettati senza che vi sia possibilità di alcuna censura.

Dispiace però aggiungere che, quando si tratta di presunto “terrorismo islamico” i limiti di questa verifica della logica appaiono essere ancora più rigorosi.

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