Archivio per gennaio, 2010

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LE EVOLUZIONI DEL 270 bis c.p.

tra  “frodi”  e “trucchi dialettici”

Tratto dal libro “Il terrorismo islamico: mistificazione senza realtà?”

di Carlo Corbucci

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Le censure che abbiamo svolte nei paragrafi precedenti, all’evoluzione dell’art. 270 bis del codice penale come applicato nelle varie sentenze di condanna, si impongono, a nostro avviso, anche dalla lettera stessa del reato come formulato. Infatti, la norma punisce “chiunque promuove, costituisce, organizza, dirige (partecipa) o finanzia associazioni che si propongono il compimento di atti di violenza con finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico è punito…”.

Orbene, se le parole hanno un senso, e nella norma dovrebbero averne di più, per condannare qualcuno secondo questo articolo, l’associazione dovrebbe essere protesa a compiere attentati ed azioni terroristiche”, dunque, a stilare progetti mirati a ciò; e, a mente di questo, bisognerebbe raggiungere una prova certa attraverso riscontri oggettivi.

Nella pratica giudiziaria invece, le uniche sentenze di condanna, ritengono provata la fattispecie del 270 bis, cioè l’accusa di terrorismo, (ma anche questo con ragionamenti quasi sempre molto aleatori) per il fatto che gli imputati si sarebbero adoperati a favore di questo o quel personaggio accusato di essere un terrorista (magari arrestato all’estero con l’accusa di terrorismo o perchè conosciuto come “notorio esponente” di un gruppo terroristico) dandogli ospitalità, aiutandolo a regolarizzare la sua posizione, avendovi cenato… o che altro.

Nei casi che possono considerarsi “più esposti”, l’accusa non ha potuto provare altro (per giunta quasi sempre presuntivamente) se non che, alcuni, avrebbero aiutato o cercato di aiutare, presunti o reali “volontari”, a raggiungere i luoghi dove era o è in corso una lotta di resistenza contro eserciti stranieri di occupazione, coalizioni internazionali o governi stabiliti e sorretti dai Paesi cui appartengono quegli eserciti; o al massimo, che avevano in qualche modo espresso intenzione di recarvisi essi stessi.

Mai nessuna sentenza che abbia potuto dichiarare che un dato gruppo processato stesse preparando un attentato o avesse un’intenzione dichiarata o un progetto di compierlo.

Di fronte a ciò, l’osservazione che dovrebbe sorgere spontanea in una mente libera da suggestioni e pregiudizi, è come sia attribuire a qualcuno di tali gruppi o imputati, di essere un dirigente, un promotore, un finanziatore o anche soltanto un partecipe di un’associazione terroristica “…che si propone atti di terrorismo” come si esprime e come vuole la norma.

Il  massimo che potrebbe affermarsi, a rigor di logica e senza che questo significhi affatto un’ammissione, è che, questo o quel gruppo sotto processo, semmai “fornisce”, oppure “si propone di fornire”, o è comunque disponibile a farlo, un “supporto logistico” ad un’organizzazione o ad un’associazione che è però al suo esterno, la quale, se ha compiuto effettivamente atti di terrorismo o se se li propone, allora sì che può correttamente dirsi un’associazione terroristica che compie o si propone di compiere atti di terrorismo. Ma come identificare la seconda con quei gruppi?

Per sopperire a questa incongruenza, i primi capi di imputazione ricorrevano a formule come “cellule”, “articolazioni della più grande organizzazione”, “filiere”, più o meno “attive” o “dormienti” il cui scopo era quello di fornire supporto logistico e all’occorrenza agire. E su questo si face una gran suggestiva pubblicità nei primi tempi e nei primi processi.

Quando i fatti cominciarono ad urtare contro questa ricostruzione che intanto aveva dato i suoi frutti sul piano delle prime condanne si è dovuto modificare anche il linguaggio e ricorrere ad un’altra strategia: ora, l’impossibilità di avere riscontro autentici e diretti diventava addirittura prova di maggior credibilità perché accresceva il sospetto o la convinzione di una maggior pericolosità e capacità di occultazione da parte degli imputati la cui ricorrente  insospettabilità, incensuratezza e rispettabilità, era vista proprio come una maggiore prova della loro capacità e del fatto che agivano adottando cautele di copertura tra le quali rientrava addirittura, così tuonava la Pubblica Accusa nei vari processi, “..sposare donne italiane e fare numerosi figli con loro“.  Tutti quegli elementi che avrebbero finito con l’evidenziare l’assurdità di certe accuse e col rivelare la reale posizione degli imputati venivano, viene da dire “maliziosamente”, anticipati come ad esorcizzarli, nei capi di imputazione stessi in modo da diventare addirittura appesantimenti dell’accusa. Questa mossa veniva a sua volta preparata già da mesi prima attraverso una “informazione-disinformazione” attraverso notizie messe in circolazione in giornali e siti, da certi settori degli apparati di vigilanza e di sicurezza del “sistema”. Notizie con le quali si comunicavano le strategie di copertura usate dai presunti gruppi terroristici e dalle loro cellule i cui membri avrebbero appunto adottato la tattica di occultamento e di copertura di contrarre matrimoni con italiane e di fare molti figli vivendo una vita esemplare fino al momento in cui avessero ricevuto l’ordine di colpire. Fino ad allora dovevano fingere di “dormire” o rimanere nascosti nella normalità. A tempo debito, eseguendo ordini o determinandosi di loro iniziativa, sarebbero dovuti passare all’azione. Fra queste tecniche di copertura ci sarebbero appunto state proprio il matrimonio con italiane, la numerosa prole, la regolarizzazione della posizione di soggiorno legale, la buona reputazione. Opposta a questa tattica, poteva essere scelta invece quella di sporcarsi con la commissione di reati quali lo spaccio di droga, C.D. o moneta falsa, di furti e truffe, in modo da non suscitare dubbi sul loro nascosto fondamentalismo religioso.

In questo modo rientrava proprio tutto ed ogni tentativo di difesa veniva anticipato ed anzi trasformato in un ulteriore elemento di carico e di appesantimento accusatorio; quasi un’ulteriore prova di colpevolezza! Seriose testimonianze di “super-esperti” di terrorismo anche dell’F.B.I. venivano qualche volta a confermare queste tesi davanti alle Corti creando quel clima giusto di solennità e di serietà e di suspance.

Fin qui non interviene ancora il presupposto del “fatto notorio” o quello dell’equazione identitaria “attività e/o progetto di recarsi o di adoperarsi per favorire altri a raggiungere i “Paesi caldi” = “terrorismo” “, poi elaborati dalla dottrina per facilitare le condanne; anzi, per renderle possibili nei casi impossibili, perché l’esatta qualificazione della natura del gruppo sotto processo, precede queste categorie che intervengono, semmai (a torto o a ragione) successivamente.  Prima di utilizzare le categorie elaborate dalla dottrina è d’obbligo l’accertamento se il gruppo di imputati in questione costituisce veramente un’associazione secondo i requisiti del 270 bis.; vale a dire innanzi tutto, se sussiste la prova effettiva  che essi sono un’associazione che si propone “atti terroristici” ma questo possiamo ben affermare con cognizione di causa, che non sembra essere mai avvenuto in nessun processo culminato in una condanna, nel doveroso modo rigoroso che sarebbe state giusto e necessario.[1]

Questa prova, per quanto rigorosamente doverosa  era del resto veramente troppo ardua da raggiungere; infatti non era stato mai trovato nessun gruppo (tranne nei casi di frode che abbiamo trattato descrivendo i processi nei quali si sono verificate) in possesso di armi, esplosivi, progetti terroristici, mappe con obiettivi da colpire, o che altro. Anche il “pericolo” ed il presunto “progetto”, doveva avere un minimo di potenzialità offensiva e di concretezza sicchè non si confondesse con espressioni, seppure forti, del pensiero.

La legislazione doveva allora necessariamente essere inasprita per poter pur consentire che qualcuno rimanesse nelle maglie della rete, diversamente tutto il presupposto che sorreggeva il progetto politico e militare che doveva dare seguito alle guerra dell’Afghanistan e dell’Iraq oltre che agli inasprimenti legislativi e di controllo dell’intero pianeta, avrebbe probabilmente rivelato tutta la loro strumentalità e fallacia.

La soluzione non poteva allora essere che quella di restringere le maglie della norma in modo che la giurisprudenza potesse elaborare una sua dottrina e che non fosse più necessario niente di tutto quello che abbiamo elencato.  Al requisito della prova che il gruppo era in procinto di organizzare attentati, di compiere stragi o che li stava effettivamente progettando o quanto meno aspirasse a farlo pur senza aver ancora posto in essere alcun elemento concreto, si sostituiva un’equazione dialettica:  terrorismo non è che qualcuno progetti di compiere atti di terrore, stragi, attentati, rappresaglie o che altro; e neppure che aiuti indirettamente o direttamente qualcun altro a compierli fornendogli un supporto logistico, un sostegno diretto o indiretto, una solidarietà attiva, ma è anche, semplicemente, proporsi di recarsi in uno di quei Paesi dove è in corso una guerriglia di resistenza mirata a resistere all’invasione del Paese da parte dell’esercito degli Stati Uniti o della coalizione internazionale, e che in tal modo ritarda il processo di normalizzazione, la pace, la ricostruzione, la ripresa della vita civile dopo la disfatta dell’esercito regolare del Paese occupato.  La motivazione “morale” di questa scelta così qualificata, veniva riassunta nel presupposto tutto politico che l’”invasione” non è in realtà tale bensì una “liberazione” in quanto si sta esportando la “democrazia” e la libertà in Paesi schiacciati da dittature e da culture medioevali, antipopolari e discriminatici e che la legittimazione a resistere sussiste soltanto fino a quando l’esercito regolare ed il governo del Paese nemico sono ancora esistenti e capaci di offrire una resistenza in termini militari. Però, poiché la motivazione si appalesava ancora veramente troppo propagandistica e strumentale ad una certa politica di imperialismo economico e strategico-militare oltre che evidentemente anti-islamica, era necessario rafforzarla con qualche “fumosità dialettica”. Era allora che prendevano consistenza il “fatto notorio” e l’equazione “recarsi nei Paesi caldi per unirsi alla resistenza locale = terrorismo”.  L’un presupposto sorregge l’altro. Infatti, soltanto alla luce del fatto che sarebbe “notorio” che le stragi che avvengono nella strade, nei mercati, nelle moschee e nelle piazze in danno della popolazione civile, sono compiuti da gruppi di estremisti islamici al fine di seminare panico diffuso; scoraggiare, impedire o ritardare il processo di pacificazione e di ricostruzione; impedire la resa del popolo alle forze di invasone e la familiarizzazione che potesse nascere con esse; punire la collaborazione; impedire la “democratizzazione” del Paese; scoraggiare ogni progetto di normalizzazione e diffondere sfiducia nella possibilità di riprendere pacificamente la vita civile, è possibile rendere accettabile l’equazione che pretende che chiunque si adopera per raggiungere i Paesi caldi e farvi giungere altri è un terrorista che vuole recarsi in quei Paesi per compiere atti terroristici.[2]

Anche questo però, alla lunga lasciava trasparire eccessivamente l’inganno dialettico che sorreggeva l’impalcatura.[3]

Era necessario aggiungere qualcos’altro. Poteva infatti bastare un ideale? Poteva mai bastare il desiderio o anche il progetto concreto di volersi recare in certi Paesi per unirsi alla resistenza locale contro gli eserciti dei Paesi occupanti?

Era allora che avvenisse quello che non riusciamo a definire diversamente che un ulteriore “inganno”; il più recente: quello della collocazione “da lontano” del materiale incriminante, nello stato del luoghi degli imputati.  Poiché alterare gli ambienti in modo diretto si è rivelato pericoloso e controproducente alla luce dell’esito dei processo in cui era stato fatto; poiché la frode dialettica ha iniziato ad evidenziare troppo i suoi limiti, era bene intervenire con qualcosa che chiudesse nuovamente il cerchio.

Perchè “da lontano?” E che cosa vuol dire?

Vuol dire che se gli imputati non possono essere accusati di avere armi ed esplosivi o progetti perché non sono mai stati rinvenuti e perché evidentemente non li possiedono ne’ intendono possederli; poiché le formule dialettiche da sole cominciavano ad evidenziare la loro lacuna e poiché, infine, le espressioni di rabbia, di sfogo, e di solidarietà ideologica con presunti o reali gruppi “jihadisti” operanti nei “Paesi caldi”, cominciavano esse stesse ad essere viste più come manifestazioni, sia pure di “forte contenuto” ma tuttavia rientranti nel diritto di libertà di pensiero e di opinione, occorreva qualcosa di inquinante che entrasse nelle case e nella disponibilità dei vari soggetti da incastrare senza entrare fisicamente nella loro sfera reale.  A questo pensavano i “siti civetta” appositamente creati dai “servizi” statunitensi ed israeliani (ma poi subito adottati in Europa) con i quali veniva immessa in Internet una gran massa di documenti attribuiti ad Al Qa’da o a presunti “gruppi jihadisti”.

In questi siti si rinvenivano proclami deliranti, inviti a compiere attentati, tecniche di guerriglia, ed insegnamenti su come confezionare ed usare bombe ed esplosivi. Circa le istruzioni per confezionare bombe, niente di più di quello che poteva rinvenirsi in tanti siti ufficiali in internet anche soltanto digitando la parola “bomba”, però di forte impatto suggestivo soprattutto per gli inviti a costruirle per usarle per la “guerra santa” contro i “nemici dell’Islam”.

Era più che naturale che, soggetti certamente simpatizzanti per una certa resistenza all’invadenza occidentale nei propri Paesi ed interessati a ricevere notizie meno filtrate e censurate sulla reale condizione delle resistenze locali, della guerra in Iraq ed Afghanistan e che già utilizzavano il canale preferenziale Al Jazira piuttosto che i canali occidentali, si imbattessero in quegli argomenti e fossero spinti dalla curiosità di accedervi e conoscere quello che dicevano. E d’altra parte, proprio come quando ci si imbatte n un argomento che attrae morbosamente può benissimo sorgere l’impulso anche a prelevarlo pieni di stupore e curiosità, per leggerlo meglio, per tornavi con attenzione, per capire.

Tanto basta per assicurare una condanna: finalmente tutti gli ingredienti ci sono. La pratica religiosa assidua, gli interessi eccessivi per gli sviluppi militari, un’ostilità culturale verso l’Occidente e la sua politica definita aggressiva, un senso di persecuzione che favorisce espressioni di sfogo come maledizioni, parolacce, auguri di male, giudizi forti, critica forte ad n certo tipo di vita “americanizzata” ed occidentale, la presenza di un documento irregolare, il contatto occasionale con qualcuno già condannato in un altro processo, uniti finalmente al rinvenimento nell’abitazione sopra qualche C.D. o su carta stampata di uno di quei proclami estratti da internet, di un manuale di istruzione o di un sermone attribuito a Bin Laden anch’essi estratti da uno di quei siti, diventano la prova certa, quella determinante che fa da collante a tutti gli indizi e che assicura al 100% la condanna.

Subito di seguito vedremo che nei processi milanesi in quella fase non c’era ancora quest’ultimo elemento perché soltanto allorché stava iniziando ad esaurirsi la riserva di suggestione mediatica utilizzata nei primi processi milanesi, si è sentita la necessità di ricorrere a questa strategia che riguarderà i processi dal 2007 in poi.

FINE DEL CAPITOLO


[1] Varrà ricordare nuovamente che “atti terroristici” secondo l’elaborazione giurisprudenziale, la definizione dell’Unione Europea e le convenzioni internazionali ormai più o meno unanimi, sono:  innanzi tutto gli attentati stragisti, poi tutti quegli atti di intimidazione e di violenza mirati, e/o che hanno comunque l’effetto, di seminare terrore e panico diffuso nella popolazione civile, sfiducia nelle sue istituzioni, ostacolo alla pace civile e sociale. Altresì, quelli mirati o che hanno l’effetto di mantenere uno stato di disordine e minare l’ordine costituito e le sue legittime istituzioni; di indurre col ricatto della violenza un governo a fare qualcosa che non è tenuto a fare o ad astenersi dal fare qualcosa che è tenuto a fare. Nella fattispecie rientra anche il “progetto” concreto di compiere atti concreti di violenza mirati a ciò o che possano produrne prevedibilmente gli effetti ed anche il “pericolo” concreto che possano essere effettivamente compiuti ove sia accertato che il gruppo di accusati possiede effettivamente un minimo di potenzialità e di capacità offensiva. Però, l’immagine più suggestivamente e mediaticamente usata a mo’ di propaganda e di formazione del consenso delle masse nelle scelte dei correttivi indicati dai governi, è quella che identifica la parola “terrorismo” con gli attentati e le stragi. Un’identificazione che ha il suo buon gioco non soltanto nel giudizio e nella credenza della popolazione ma persino delle Corti, soprattutto popolari.

[2] La convinzione che la popolazione di un Paese, una volta abbattuto il suo governo e sgominato il suo esercito non aspetterebbe altro che la cessazione di ogni ostilità e la ripresa della vita normale (e dunque la legittimazione di una conclusione sul piano giuridico quale quella riferita) si fondano, in definitiva e nonostante la mitologia della maturità delle masse democratiche e dell’esaltazione di esse come sovrane e consapevoli, sull’invincibile presupposto ben cognito ai reali detentori del “potere reale” di tutti i Paesi che, in fondo, non sono mai i popoli a fare la storia e che essi non sono in realtà nient’altro che carne da macello e animali da soma utilizzati nei vari scopi e progetti. Ben sa, ogni Stato maggiore di un esercito, ogni governo di ogni Paese in guerra ed ogni autentico conquistare che, arrivare ad abbattere le gerarchie politiche, religiose e culturali di un Paese, significa assicurarsi l’obbedienza cieca ed assoluta del popolo, laddove ad esso fosse dato anche soltanto poco più del necessario per soddisfare i suoi bisogni e le sue passioni. Evidentemente chi giunge a certe aberrazioni giuridiche, è ben consapevole oltre le ipocrisie dialettiche e politiche, che chi difende un Paese, una Civiltà, una Cultura, un Ideale, una Tradizione, una Terra, un’Identità, sono soltanto quelli che costituivano il “Governo” (nel senso ovviamente eminente del termine) di un Paese e non certo le masse per le quali un padrone vale l’altro e la cui preferenza per un padrone è legata soltanto al fatto che questi paghi meglio in termini materiali e di licenza. Gli “ideali” verranno dopo; e sono quelli che il padrone sceglierà per il suo branco e saprà bene far accogliere.

[3]Ad un’osservazione socio-politica e strategico-militare obiettiva e disinteressata, appare evidente che gli Stati Uniti hanno preteso la presenza di piccoli contingenti dei vari Paesi alleati (tre, quattrocento, il massimo cinquemila… soldati) non certo perché ne avevano militarmente bisogno. Basti pensare che nell’Iraq e nell’Afghanistan sono presenti circa 300.000 soldati americani mentre la presenza di tutti gli altri soldati di 20 Paesi, arriva appena a 20.000!  La ragione è fin troppo evidente: occorreva una legittimazione internazione a quelle che sono state aggressioni all’Afghanistan ed all’Iraq, avvenute senza neppure una formale “dichiarazione di guerra”. Costringere i Paesi alleati ad essere presenti in quei territori, mentre li obbligava ad una caccia interna ai gruppi islamici (formalmente, ai terroristi) e li manteneva nel mirino di un risentimento e di un odio da parte dei musulmani che si sentono così perseguitati da tutti, univa soprattutto la comunità internazionale in una solidarietà obbligata con le ragioni di Israele e degli Stati Uniti impegnandoli in una difesa comune degli interessi, dei problemi e delle ragioni di quelli che così diventavano necessariamente anche i loro interessi senza tuttavia averne neppure gli utili.

COME TI CREO IL MOSTRO

KAMIKAZE CHE LITIGANO CON LE MOGLI E CON I PADRI

-  TERZA PARTE -

Gli argomenti sul “Caso” e sulla “Coincidenza” hanno affascinato da molto tempo la mente dei pensatori, soprattutto quella dei più confusi. Su un punto tutti sono d’accordo: “caso” vuol dire “senza senso”, privo di una “ragione” trascendente o anche coestensiva a se che lo supera e gli da un significato o un ordine, altrimenti non sarebbe caso. “caso” vuol dire “eccezionale”, “non ripetibile”, altrimenti non sarebbe caso; “caso” non può coniugarsi con “ricorrente” altrimenti non sarebbe “caso” e non potrebbe dirsi che una cosa è avvenuta “per caso”.  “Caso” non può accompagnarsi ad una qualunque “significato” altrimenti non sarebbe “caso”.  “Caso” vuol significare “senza ragione”, “senza causa”, “senza significato”. Soprattutto, “caso” vuol dire “prima di ogni effetto” perché dopo l’evento causale segue tutta la serie dei determinismi di causa-effetto che conosciamo e che non conosciamo e non può più parlarsi di “caso” in senso assoluto.  Il “caso”, dunque, se non è “unico”, è quanto meno straordinario, eccezionale; qualcosa che non si ripete.

Diversa dal “caso”, inteso nel suo modo proprio e più coerente è la “coincidenza” che è assimilata a volte al “caso” ma non è la stessa cosa pur condividendone molti aspetti. Meno assoluta e non singolare, la “coincidenza” è comunque un altro evento straordinario; se non unico quanto meno vicino ad una singolarità.  Certo la “coincidenza” non si riferisce al momento dell’evento iniziale da cui conseguono i vari determinismi ma al momento successivo allorché la serie della “cause-effetti” ha avuto inizio ed allora l’ipotesi della “coincidenza” dovendo rispettare regole ben precise legate al processo stesso delle “cause-effetti”, se non è considerabile una singolarità ed un’esclusività come il “caso”, è comunque molto rara perché, appunto, affinché si verifichi debbono coincidere una serie di elementi che si combinano assai raramente e nei quali coincide, in fondo, anche una sorta di partecipazione del “caso”, questa volta però inteso non in se stesso ma come riflesso nel mondo dei determinismi.

Allorché si sia capaci di questo genere di speculazioni e si abbia la qualificazione intellettuale sufficiente per afferrare certi concetti in fondo abbastanza elementari e logici finché non interviene il condizionamento del sentimento, sul piano teorico non si può non essere d’accordo su questi principi ma allorché si tratti di applicarli alla realtà concreta, il “sentimentalismo” e gli interessi che vi si legano impedisce di vedere le conseguenze. E’ così che la politica, il positivismo, la gente comune, hanno scoperto un altro genere di “caso” e di “coincidenza”: quello che si ripete ogni volta che le cose vanno nella direzione contraria ai propri desideri, sentimenti, speranze, aspettative, illusioni, ideologie o di fronte a episodi e situazioni che suscitano paura ed inquietudine.

In questa prospettiva “sentimentale” ed interessata, il “caso” e la “coincidenza”, pur senza che ciò venga esplicitamente affermato pena l’evidenziarsi dell’assurdità dell’affermazione stessa, si è ripetuto e si ripete migliaia di volte; comunque, in tutte le occasioni per le quali, un evento determinante è stato preceduto da qualcosa che lo ha provocato.  Così, ad esempio, sarebbero un “caso” ed una “coincidenza” che tutti gli episodi di terrorismo che hanno giustificato nel mondo l’applicazione delle più aberranti forme di controllo e le reazioni militari delle guerre in corso che hanno esteso il dominio dell’Occidente ed attuato quella“globalizzazione” da tempo annunciata ed auspicata, abbiano finito per realizzare ogni volta esattamente l’opposto di quello che, stando alla versione convenzionale che delle finalità dei presunti terroristi viene divulgata, essi avrebbero in mente di realizzare e che abbiano invece sempre concorso a realizzare esattamente quel sistema e quel mondo che essi, si dice, avversino e che del resto in nessun altro modo si sarebbe potuto realizzare in tempi stretti e senza eccessive reazioni. Un sistema ed un mondo che, nella prospettiva degli pseudo-profeti della “globalizzazione” e del “Nuovo Ordine Mondiale” con il suo “Potere Unico e Globale”, doveva assolutamente realizzarsi ma che è fortemente osteggiato dai “terroristi islamici” data la loro visione del mondo fanaticamente esclusivista.

L’ultima occasione nella quale il “caso” e la “coincidenza” hanno agito per una millesima volta è quello del presunto attentatore di Natale che anziché portare i pacchi di Babbo Natale e la calzetta della Befana, portava esplosivo spalmato nella mutande e nei testicoli.[1]

Avrà un significato o sarà una “coincidenza” che da almeno dieci mesi nelle stanze del potere negli Stati Uniti si dibatteva il  problema di come giustificare l’apertura ritenuta necessaria di un “terzo fronte” di guerra nello Yemen? Un fronte indispensabile, sostenevano la Difesa e le forze che si muovono per una soluzione drastica e decisa, complessiva e non più propedeutica, del problema “Medio-Oriente-Vicino Oriente”.  Necessaria per completare il controllo pieno sull’intera Penisola Araba e, data la posizione strategica dello Yemen, che fosse frontale alla Somalia.

Il nodo del problema era che Obama aveva vinto le elezioni proprio presentandosi come pacere, come antagonista della linea Bush, come possibile interlocutore con il Mondo arabo. Obama è un democratico di quelli che ha osteggiato di più la politica repubblicana dei falchi e di Bush. E’ dunque evidente che le forze che detengono il “potere reale” negli Stati Uniti, essendo sempre le stesse, dopo la strategica vittoria paradossalmente ed imprevedibilmente accordata ad un nero che riunisce in modo quasi emblematico nel suo stesso nome quelli che sono presentati come i due principali  protagonisti  del “male mediatico”,  responsabili del “terrorismo islamico” e delle guerre (- Hussein (Saddam) e Osama (Bin Laden) -) reclamano da lui quello che avevano reclamato da Bush e che reclamerebbero da qualunque altro Presidente. Ed allora torna la necessità di ripetere il rito: come giustificare il nuovo corso? Come preparare le cose in modo che il Presidente possa avere una ragione da esibire ed una giustificazione dietro la quale non contraddire tutta la sua immagine?

L’ex ambasciatrice statunitense a Sana’, Barbara Bodine, dice che: “una dichiarazione di guerra contro lo Yemen ci si rivolterebbe contro”  ma i due più alti esponenti del Center of New America Security già un mese prima del fatto scrivevano che: “La notizia otto anni dopo l’11 Settembre e con due guerre in corso non sarà benvenuta ma lo Yemen richiede un’azione immediata”. E lo stesso scriveva l’autore di American Yihad Steve Emerson: ”Gli USA non vogliono che nel mondo musulmano si percepisca l’apertura di un terzo fronte: ma questa scelta ha un limite… Qui lo stesso governo yemenita è diviso, ancor più di quello pakistano, tra lealtà agli Stati Uniti e politiche anti-americane. Aggiungerei che lo stesso presidente al potere da 30 anni ha avuto proprio da Al Qa’ida un aiutino contro i ribelli sciiti del Nord armati da Teheran ed il pasticcio è completo. E quindi? Bisogna fare da soli: ma il governo Obama potrà mai accettarlo?”.

Già il noto scrittore politologo americano Perle aveva da tempo affermato che la soluzione veramente definitiva sarebbe stata quella di un attacco immediato, unico e congiunto contro l’Afghanistan, l’Iraq, il Pakistan, la Siria, lo Yemen, la Somalia, l’Iran, ed alcuni Paesi arabo-africani indecisi…. Soltanto così, egli sosteneva e sostiene ancora, si sarebbe definitivamente risolto il problema del “terrorismo islamico” e dello scontro tra la nostra civiltà ed il residuo della barbarie del passato. E soltanto così Israele avrebbe potuto avere garantita la sua pacifica sopravvivenza.

L’interevento militare nello Yemen non era l’unico problema: da qualche mese erano pronti, ancora impacchettati, nuovi strumenti di controllo negli aeroporti, destinati in futuro anche agli uffici pubblici, incredibilmente invasivi: lo “scanner corporale” perché sarebbe l’unico a rivelare la presenza nel corpo di esplosivo.[2] Se questa innovazione è stata una risposta necessaria al pericolo evidenziatosi nel fallito attentato di Natale, perché da mesi quegli apparecchi erano già bell’è pronti per essere installati intanto nei principali aeroporti?

Dovrebbe essere superfluo osservare che quest’ulteriore innovazione non avrebbe avuto facile accesso nelle condizioni che precedevano l’episodio subito definito “il fallito attentato di Natale” perché rappresenta veramente un passo ulteriore verso un’umanità robotizzata; certo nessuno si sarebbe mai immaginato anche fino a poche settimane fa, di dover fare una risonanza magnetica o un esame ai “raggi x” ogni volta che accede ad un viaggio.[3]

Come si poteva dare attuazione ai nuovi “pacchetti premio” natalizi da offrire all’intero, già esasperato Occidente?

Ecco intervenire nuovamente il “caso” e la “coincidenza”.  Come era accaduto per le “Torri Gemelle”; come era accaduto per Madrid e per Londra; come accade nelle moschee e nei mercati dell’Iraq e dell’Afghanistan ogni volta che a livello internazionale deve darsi seguito ad una “svolta legislativa e giudiziaria “epocale”, “qualcuno” agisce. Nei casi più eclatanti, quel “qualcuno” rimane sempre sconosciuto o se viene reso cognito non può più parlare o difendersi ne’ confermare o smentire perché è morto, si dice, nell’operazione stessa o è ancora nascosto; mentre nei casi “caserecci” e ridicoli (i terroristi delle scarpe spalmate di esplosivo e dei testicoli e mutande, oppure quelli che si fanno scoppiare in mano la borsa degli attrezzi di lavoro come nel caso di Milano (dopo aver litigato con mogli o padri…) i “terroristi” vengono sempre fermati in tempo e prima che agiscano.  Superfluo aggiungere che, questi ultimi diventano poi la conferma, la prova provata, che tutti gli episodi di “grande terrorismo stragista” realmente compiuti, sono stati effettivamente realizzati dallo stesso genere di soggetti, cioè musulmani fanatici e folleggianti, semplicemente più preparati e fortunati di questi ultimi.

In questo modo la suggestione viene rinnovata e rafforzata; la copertura dei veri più probabili responsabili rafforzata; le pericolose emersioni che iniziavano troppo ad evidenziare il sottofondo di certe ricostruzioni rigettate nell’ombra e la situazione generale si presenta nuovamente pronta per la successiva tappa. Una tappa che fa parte di quel progetto generale e finale che deve portare l’intero pianeta alla “globalizzazione” totale, instaurare in esso l’annunciato “Nuovo Ordine” dal “Potere Unico”, esercitato sopra un’umanità omologata nei cervelli ed unificata nel minimo comune denominatore di un’esistenza incentrata su un ebete consumismo  e sottoposta ad un rigido controllo persino dei sentimenti, dei pensieri, delle emozioni e delle reazioni.  Un risultato, questo, che non può prescindere dalla eliminazione dei residui di un mondo tradizionale (nel caso dell’Islam ancora troppo vivo e vissuto sia a livello intellettuale che popolare) che costituisce ancora l’immagine di un’alternativa esistenziale, in forza di una identità stabilità su basi religiose e spirituali ancora radicalmente vissute sin nei suoi tratti sacrali mantenuti e rafforzati da una coerente, costante ritualità.

Infine, l’episodio ha rimesso in discussione la liberazione degli altri detenuti di Guantanamo e la sua definitiva chiusura a cui molti si erano opposti ed ha offerto l’occasione per riaprire le polemiche sul caso del massacro di Fort Hood in Texas negli Stati Uniti dove il 15 novembre 2009 vi furono 13 morti e 45 feriti e dove il responsabile, un maggiore dell’esercito, Nidal Malik Hasan che è stato processato e condannato soltanto per omicidio, suscitando le ire di alcuni settori della F.B.I. che pretendevano che fosse accusato di “terrorismo islamico” per la sua origine etnica. L’episodio di Natale ha riaperto l’occasione per sostenere che il maggiore sarebbe stato spinto alla strage dall’Imam americo-yemenita che vive nello Yemen, Anwar al Awlaki, definito il nuovo Bin Laden che agisce dallo Yemen. La mancata contestazione in quel processo aveva già fatto irritare la F.B.I. e la C.I.A. perché si era perdura l’occasione di intervenire nello Yemen.

Con questo episodio, i vari “super-esperti” di terrorismo islamico come Steven Emerson, Magdi Allam Cristiano, Peter Bergen ed altri, hanno rinnovata l’accusa che lo stesso Imam avrebbe incitato ed armato dallo Yemen il giovane nigeriano.

Significativo anche il commento dell’ex vice-presidente dell’Amministrazione Bush, Cheine il quale, all’indomani dell’episodio e alla reazione di Obama che osservava come “anche i democratici sanno tirare fuori i muscoli e mostrare il petto villoso” annunciando severe reazioni nello Yemen dove, secondo le informazione lui fornite della CIA e dell’FBI allorché si trovava ancora in vacanza in Jamaica, il fallimentare kamikaze sarebbe stato addestrato e preparato, osservava che ora anche lui avrà le sue belle rogne.  Chine capisce bene probabilmente che l’aiuto al governo yemenita è una dichiarazione di guerra vellutata e che anche che l’episodio di Natale non è che una lezione, un suggerimento, una pressione ad Obama della stessa natura delle Torri Gemelle.

Ancor più significativo però il fatto che il “terzo fronte” questa volta è stato presentato come un “appoggio logistico” al governo dello Yemen che, pur se alleato, si dimostra tuttavia incapace da solo di controllare la situazione che nello Yemen starebbe precipitando. Un appoggio logistico che però, caso strano, era iniziato ben 11 mesi prima che accadesse l’episodio di Natale con l’introduzione di alcune centinaia di operativi dell’F.B.I. e della CIA.

A dire il vero anche in questo caso natalizio non mancano gli elementi di stranezza che lo accompagnano. Prima che venisse anche ipotizzato un collegamento con Al Qa’ida o similari, il giovane si era già presentato subito dopo il fallito tentativo, come un incaricato da Al Qa’ida yemenita senza che fosse preso sul serio dallo stesso giudice distrettuale Paul Barman che per primo lo intrerrogò con l’iniziale contestazione di aver tentato di distruggere un aereo. Alla prima domanda del giudice su come si sentisse, il giovane rispondeva con un sorriso… “Meglio, mi sento meglio”.

Il giovane di colore era stato denunciato dal padre con il quale aveva avuto forti diverbi ed era stato messo a regime nonostante fosse un ricchissimo banchiere nigeriano. Il ragazzo si era sfogato per mesi su un foro di internet lamentando di essere solo e depresso”, di non aver mai trovato “un vero amico musulmano”. Li aveva redatti tra il 2005 ed il 2007 usando il nick name “Faruok1986”, quando frequentava una scuola britannica nel Togo; una scuola nella quale, si lamentava, c’erano pochi musulmani con cui fraternizzare. Aveva scritto almeno 300 messaggi nei quali ripeteva di non avere nessuno con cui parlare, “…nessuno che mi consigli o mi sostenga e mi sento solo e depresso; non so che cosa fare e poi credo che questa solitudine possa condurmi ad altri problemi”.  Risalta anche la tensione fra le interpretazioni liberali ed estremiste dell’Islam: “Il Profeta ha detto che essere religiosi è un compito leggero e coloro che si caricano di fardelli troppo pesanti lo troveranno difficoltoso e non potranno continuare; e così ogni volta che mi rilasso commetto delle mancanze, e quando mi impegno mi stanco di quel che sto facendo – per esempio, imparare a memoria il Corano. Come trovare un equilibrio?”. Nel dicembre del 2005 racconta che i suoi genitori sarebbero venuti a trovarlo a Londra e si chiedeva se fosse lecito che mangiasse carne insieme a loro: “Sono dell’opinione che la carne non macellata secondo l’uso islamico sia proibita, a meno che non sia assolutamente necessario; i miei genitori la pensano come qualsiasi straniero, che possiamo mangiare qualunque tipo di carne. Ho pensato che non dovrei mangiare con loro, ma temo che questo possa creare divisioni ed altri complicati problemi familiari”. (The Washington Post 28/12/2009).

Il padre del giovane è uno dei personaggi più influenti nelle scena economica nigeriana. Ex ministro dell’economia, presidente della First Bank è stato nominato anche commendatore della Repubblica italiana. Il giovane vissuto a Londra con la famiglia dal 2005 al 2008 ed ha ottenuto anche un visto per gli Stati Uniti. Nell’agosto 2008 era già stato negli Stati Uniti. Ad agosto 2009 ha avuto una forte lite col padre perché voleva andare nello Yemen osteggiato da quest’ultimo. Privato del sostegno economico annunciava per questo con una lettera il suo distacco dalla famiglia. Il padre denunciava la sua sparizione all’Ambasciata americana di Abuja e dal mese di novembre 2009 era stato inserito nella lista dei nomi dei 550.000 probabili terroristi e si era visto rifiutare il visto di reingresso a Londra.

Il governo nigeriano all’indomani del fatto faceva sapere che il giovane nigeriano giunto dal Ghana in aereo, prima di imbarcarsi per Amsterdan da cui avrebbe preso l’altro aereo per Detroit sarebbe stato fermato per tre volte al varco di accesso alla zona di imbarco. Due volte il controllo avrebbe suonato, la terza volta si è tolto le scarpe e il controllo non avrebbe più suonato.

Appena arrestato il giovane dichiarava subito di aver ricevuto l’esplosivo, 80 grammi di “petn” collocato nelle mutande, da un capo di Al Qa’ida nello Yemen ed il suo intento era quello di far saltare l’aereo sul quale si era imbarcato da Amsterdam per Detroit, Il 24 dicembre 2009. Non vi sarebbe riuscito soltanto perché neutralizzato da passeggeri che lo hanno assaltato. Tuttavia questo non avrebbe impedito che riportasse gravi ustioni nel corpo in quanto la deflagrazione è comunque parzialmente avvenuta su di lui. La quantità di materiale non era sufficiente minimamente a far esplodere l’aereo ma si sostiene che avrebbe comunque potuto generale un’apertura che piccola che poteva essere avrebbe causato una depressurizzazione letale nell’aereo stesso.

Particolare curioso, soltanto per l’insistenza di due passeggere, Kurt e Lory Haskell, che hanno insistito a voler rivelare la notizia, è trapelato che il giovane nigeriano non era solo nel volo “Amsterdam-Detroit”. Con lui c’era un indiano arrestato perché un cane addestrato dell’antiterrorismo aveva “sentito” qualcosa. Portato via dall’aereo è stato interrogato e poi rilasciato. Nessuna accusa contro di lui; resta Umar Farouk Abdul Mutallah l’unico accusato che, prima di essere accusato, precede tutte le accuse che gli verranno poi fatte successivamente.

Chi era l’”indiano”? E che ruolo doveva svolgere? E qual è l’effettivo ruolo dello stesso Umar Faruk?

E’ sicuramente straordinario che in certi campi compaia sempre, ed al momento giusto, il personaggio di turno che si presta a fornire l’occasione necessaria e voluta per coprire una falla lasciata aperta da una determinata operazione che ha implicato eccessive emersioni; che si presta a risolvere un problema che si pone da tempo; che si presta a superare un ostacolo che impedisce certe soluzioni ritenute le uniche suscettibili di risolvere un problema determinante e via dicendo e che non realizza nulla degli scopi utili alla sua presunta causa.

Dire che tutte quelle volte ha agito il “caso” o la “coincidenza” è veramente irrazionale.  Non è tuttavia neppure razionale presumere che le cose avvengano sempre con il meccanismo semplicistico del “complotto” ordito da quattro, cinque persone rinchiuse in una stanza dei bottoni o in qualche isola.  E’ sicuramente vero invece che le cose non sono comunque mai causali e che il problema, dunque, riguarda non già la casualità o meno o la coincidenza o meno ma, invece, la “modalità” come certe cose vengono fatte accadere. E quanto alla modalità, le cose non sono semplici perché se è pur vero che i “dirigenti” di una determinata operazione o serie di operazioni non mancano mai, è altrettanto vero che le modalità di attuazione per le quali esiste una vera e propria “scienza”, passano per meccanismi di azione e reazione che non appartengono a possibilità e conoscenze comuni ed ordinarie. In certe operazioni agiscono vari tipi di influenze che non sono soltanto di ordine corporeo nel senso più grossolano del termine ma anche “sottile” e relativamente a queste opera la messa in moto di forze che la comune psicologia non è neppure in grado di sospettare. Questo senza ovviamente trascurare affatto le possibilità anche soltanto di ordine più grossolanamente materiale che già da sole permettono di agire su un’area di azione sufficientemente vasta per permettere di portate l’azione più nel profondo senza troppo apparire.

Piuttosto nel dubbio se il personaggio di turno sia un mistificatore che si è prestato ad un gioco sporco o un pazzo che comunque sicuramente contribuisce a rendere difficile la vita dei musulmani, non potrebbe essere un’occasione per saperne qualcosa di più, per accertarsi l’identità e la sorte effettiva di quel personaggio durante e all’esito del processo oltre che per ottenere giustizia, che qualche “Associazione islamica” si costituisca “parte civile” in quei processi dove troppo facilmente e così eccezionalmente è stato individuato il colpevole, e all’esito. chiedesse il doppio della condanna che per lui proporrà la Pubblica Accusa?


[1] Precisazione: non è che noi sosteniamo che i sostenitori del “caso” e della “coincidenza” reiterati affermino che gli interventi repressivi e le guerre conseguenti agli episodi di terrorismo sono casuali, al contrario essi affermano del resto con buona logica che essi sono reazioni necessarie, forme di difesa, per aberranti che possano essere, determinate e giustificate dal pericolo rappresentato dal terrorismo dimostrato dalle loro azioni. Chiunque sa che gli inasprimenti legislativi sui controlli vengono giustificati (a ragione o strumentalmente) dalla necessità di fermare il terrorismo (che questo sia veramente esistente o sia soltanto strumentale al fine). Quello che noi vogliamo dire è che gli stessi che hanno chiaro questo concetto sono però poi disposti a credere che siano un “caso” ed una “coincidenza” che, quelle cose che avrebbero determinato quei correttivi (guerre, leggi speciali, inasprimenti, globalizzazione, consolidamenti geopolitici di equilibri di potere, ecc.) finiscano sempre per convenire alla stessa parte e per realizzare ciò che da tempo essa intendeva o aspirava a raggiungere; che coincidano sempre con ciò che essa ritiene non soltanto necessario ma addirittura vitale per la sua stessa sopravvivenza; che  rafforzino la sua posizione dominante; che si ritorcano sempre a svantaggio di coloro che vengono indicati come gli autori dell’operazione e che tutto finisca per realizzare ciò che costituiva il progetto esistenza fin dall’iniziale ed ora in fase di attuazione e cioè, quella “globalizzazione” accompagnata dall’accaparramento delle ultime risorse energetiche del pianeta, dal rafforzamento delle postazioni militari e di controllo, dalla realizzazione, finalmente, dell’auspicato “Potere Unico Mondiale”. Avrebbe mai questo progetto potuto realizzarsi spontaneamente da solo, vincere ogni resistenza da solo, travolgere ogni ostacolo da solo e limitandosi, i suoi sostenitori, ad una sola presenza difensiva e di osservazione dell’avversario che intanto compiva gli atti stragisti che gli vengono attribuiti?.

A meno di non far intervenire motivazioni di ordine “moralistico” per le quali, come affermano i telepredicatori americani,  “…non è un caso che quegli atti di violenza terroristica si rivolgano sempre in danno di chi li compie in quanto il male non raggiunge mai il suo scopo e la parte che risulta avvantaggiata da quelle azioni lo è proprio perché rappresenta il bene…”, l’atteggiamento casualistico che abbiamo denunciato è senz’altro assurdo come del pari ci sembra assurdo accettare la soluzione “moralista” or ora prospettata che peraltro non ha nulla ne’ di Vero ne’ di autenticamente “morale”.

[2] Poiché quello che conta è il risultato da raggiungere e non più astratte patenti di efficienza da esibire scenicamente, l’introduzione di queste nuove “mostruosità” e l’ingresso forzato ed ormai “necessario” di questi sistemi è stato accompagnato, anche questa volta come fu il caso delle “Torri Gemelle”, da uno sviante concerto critici nei confronti dei servizi di sicurezza americani.  Negli Stati Uniti, l’introduzione delle innovazioni nel campo dei controlli che hanno creato caos pazzesco negli aeroporti e nelle stazioni e la notizia del “nuovo fronte” di guerra yemenita, è stata sopraffatta da una cortina fumogena di critiche strategicamente pilotate in una direzione tutta periferica, cioè, il “fallimento dell’Intelligence”. Questo argomento sviante e dall’altro lato esorcizzante sul quale è stata dirottata e fatta scaricare ed esaurire la tensione suscitata dagli altri due argomenti centrali, sembrano tanto svolgere oltre che la funzione di prevenire e tacitare l’interrogativo di come sia possibile che avvengano certi episodi nonostante i controlli e la loro dimensione, anche quella di non permettere che si susciti un’eccessiva supervalutazione di certi apparati di sicurezza che, come si è dimostrato in passato, diventa controproducente in quanto suscettibile di far sorgere il sospetto che i reali manipolatori di certe operazioni, siano proprio al loro interno. Invece, mantenere basso il livello di considerazione di quegli apparati evita una loro supervalutazione e le conseguenze che se ne potrebbero trarre. Meglio tenerne basso il profilo; infatti, come potrebbero servizi inefficienti e composti da cretini, essere capaci di tanto ed evitare che certe cose avvengano sotto i loro occhi?

[3] Con queste considerazioni noi non vogliamo affatto ignorare o negare che, giunti a certi punti, determinate soluzioni si presentano ormai non soltanto utili e necessarie ma addirittura inevitabili. E questo vale del resto anche per tutta un’altra serie di intereventi che la “civiltà moderna” ha resi inevitabili in tutti i campi della vita e dell’attività umana, contribuendo a complicarla sempre di più anziché a semplificarla ed a soffocare, letteralmente, le più elementari espressioni di libertà, di felicità, di umanità e di distacco. Però viene da rilevare come, proprio questa “inevitabilità”, evidenzia ormai tutto il sottofondo veramente “satanico” di questo tipo di civiltà dove il bisogno e la necessità si sono estesi e dilatati fino a ripiegarsi sull’essere umano che doveva beneficiare di certe innovazioni mentre ne è stato, infine, avvolto e soffocato.