Archivio per la categoria ‘Terrorismo islamico in Italia’

Sollecitati dalle continue accorate lettere di detenuti che anche quest’anno in pieno estate stanno pervenendo ai difensori, si è sentito il dovere di scrivere alla Direzione del Carcere di Rossano.

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COPIA   DELLA   LETTERA   INVIATA   DAGLI AVV.TI CARLO CORBUCCI   E   CAROLINA SCARANO  ALLA DIREZIONE DEL CARCERE DI ROSSANO SCALO (CS)

Oggetto:  Situazione detenuti islamici –

Non abbiamo dato seguito alle prime lettere di detenuti, nostri assistiti, che ci pervenivano nei giorni addietro in quanto ritenevamo e speravamo che si trattasse di esagerazioni aggravate dal disagio favorito dal forte caldo stagionale; però, poiché non si tratta più di due o tre persone ma di quasi tutti i detenuti “islamici”, la cosa ci induce a chiedere chiarimenti.

Lamentano i vari detenuti che, per reazione ad una pacifica pretesta mirata soltanto ad ottenere gli stessi benefici degli altri detenuti, essi sono stati privati, per punizione, del cibo giornaliero, dell’ora d’aria, della doccia e della preghiera.  L’esasperazione sembrerebbe giunta ad un punto tale che tre detenuti (Serai, Khammoun e Radi) hanno tentato il suicidio, il secondo ingerendo 25 pasticche di psicofarmaci ed una bottiglia di detersivo ed il terzo ferendosi ad una mano con gran perdita di sangue.  Serai, poi, sembrerebbe essere stato colpito da un episodio di infarto.

La situazione sembra ricordare quanto era già successo a Macomer lo scorsa estate ma poi tutto era rientrato per l’allentamento dei “rigori” applicati.

Non nascondiamo la perplessità che sorge legittima  nel constatare che i “rigori” (chiusura del blindo, divieto dell’aria e della doccia) vengano applicati sempre nel massimo della calura estiva pur nella consapevolezza di prevedibili reazioni ma non rinunciamo a sperare che la situazione, ove corrispondesse effettivamente a quella rappresentataci, abbia a cessare nel più breve tempo possibile.

Da parte nostra, abbiamo sempre assicurato la nostra collaborazione nell’invitare i nostri assistiti a mantenere la calma, a cercare di capire le esigenze di ordine, ad avere pazienza e ad evitare ogni possibile forma di comportamento che potesse essere scambiato per provocazione o suscitare preoccupazione negli addetti alla custodia.  E’ però necessaria un minimo di comprensione anche da parte dei custodi che, se è pur vero che sono “allertati” dalle titolazioni suggestive dei capi di imputazione riportati nelle sentenze di condanna e dalle relazioni riferite negli “statini-matricola” che descrivendo i detenuti come soggetti “…massimamente pericolosi”,  invitano a tenerli “… sotto costante controllo e pressione, a vista”,  è altrettanto vero che le realtà processuale che li ha riguardati, ha riferito sempre ed unicamente che, contrariamente alle precostituite rappresentazioni a fine mediatico, la loro attività “terroristica” (quando peraltro si sia ritenuto di averne raggiunta la prova), non si sarebbe caratterizzata in altro che nel desiderio di raggiungere l’Iraq o l’Afghanistan per unirsi alle forze di resistenza locali, senza alcuna contestazione specifica quale, ad esempio, di star progettando operazioni o azioni stragiste o attentati di alcun genere, in Italia o altrove.

Questa precisazione è resa al solo fine di ristabilire un po’ di equilibrio e di chiarezza ma anche per significare che riusciamo a comprendere perfettamente come e perché, in presenza di un certo genere di “disinformazione”, chi è addetto alla custodia di queste persone, possa comprensibilmente essere portato a non usare ne’ umanità ne’ eccessivo scrupolo, finendo con ciò, inconsapevolmente, con l’innescare reazioni a catena dove, “custodi” e custoditi”, finiscono per essere entrambi vittime di un sistema e di un programma che anziché renderli solidali ognuno nei rispettivi ruoli, li allontana maggiormente.

Avv. Carlo CORBUCCI                               Avv. Carolina SCARANO

SUPERATO IL LIMITE DEL 270 BIS C.P. SULLA NECESSITA’ CHE IL “PERICOLO” INERISCA L’AZIONE E NON IL PENSIERO ED IL SENTIMENTO: D’ORA IN POI E’ ISTIGAZIONE O APOLOGIA DI TERRORISMO ANCHE CONDIVIDERE L’IDEOLOGIA (O IL MODO DI CONCEPIRE LA RELIGIONE) DEGLI ACCUSATI DI TERRORISMO.

Capitolo tratto dal libro

“Il terrorismo islamico: mistificazione senza realtà?”

di Carlo Corbucci

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Nel corso dell’esame dei casi giudiziari di presunto “terrorismo islamico” risoltisi con sentenze di condanna, abbiamo avuto modo di verificare non soltanto attraverso quali aggomitolamenti dialettici certe sentenze arrivino a stabilire la colpevolezza di vari gruppi di imputati ma anche come, quando a ciò vengano costrette dal rigore delle argomentazioni e delle eccezioni delle Difese, soprattutto negli ultimi tempi abbiano infine ripiegato su ammissioni che, almeno nelle prime sentenze di condanna, non venivano mai fatte allorché lasciavano invece volentieri in quell’equivoco che abbiamo spesso evidenziato: l’equivoco di far credere o lasciar credere all’opinione pubblica già a ciò preparata dai “mass media”, che gli imputati condannati erano stati riconosciuti colpevoli, esattamente delle accuse riportare nei suggestivi “capi di imputazione”, cioè, attentati, stragi, attività terroristiche, ecc.

Soltanto allorché il trucco cominciava ad emergere e le contestazioni difensive espresse nei vari Motivi d’Appello costringevano le Corti a fare distingui e chiarimenti, le sentenze dovevano finalmente dare atto che i processi in questione non avevano lo scopo di dimostrare che il gruppo di imputati in processo erano accusati o colpevoli di aver effettivamente compiuto stragi o di star predisponendo atti mirati a compiere stragi; ne’ che ci si trovava di fronte a persone “colte nel sacco” ed in procinto di commettere qualche attentato, come pur le prime inchieste apertamente dichiaravano all’opinione pubblica. Da un certo momento in poi, le Corti erano finalmente costrette a chiarire, dandovi il più ampio rilievo, che il reato previsto dall’art. 270 bis c.p. non chiede tutto questo e non presuppone affatto tutte queste prove essendo sufficiente qualche riscontro al sospetto che un gruppo possieda una potenzialità sufficientemente pericolosa.

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I servizi televisivi sul processo di Bari al presunto braccio destro di Bin Laden in Europa

QUALE ASSOCIAZIONE TERRORISTICA?

Dall’art. 416 c.p. al 270 bis c.p.

Ancora sugli sviluppi delle frodi, dei trucchi e degli inganni dialettici in tema di “fatto notorio” e di “reato di pericolo a tutela anticipata”

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(Cap. IV.a – tratto dallo studio  “Il Terrorismo islamico: mistificazione senza realtà?”

(di Carlo Corbucci)

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Quelle esaminate nel capitolo precedente non erano le sole contraddizioni rilevabili nell’atteggiamento accusatorio e colpevolista nei primi processi di “terrorismo islamico” nei quali cominciavano a prodursi le prime condanne dopo tante assoluzioni; vi erano altre carenze. Ad esempio: come collocare i gruppi dei singoli imputati nei vari processi rispetto alla più grande Organizzazione della  quale si diceva essere “cellule”, “articolazioni”, sodali?

A ben riflettere i conti ad una valutazione logica, nonostante le condanne non tornavano e non tornano. Infatti, gli imputati nel processo di Milano tratti a giudizio con l’accusa del 416 c.p. sono un’associazione a delinquere uniti “tra di loro” da vincoli funzionali e gerarchici e dallo scopo comune di offrire servizi, agevolazioni, supporti, ospitalità, documenti falsi e denaro ai membri “missionati” della più grande associazione, cioè dell’Organizzazione terroristica,  oppure sono accusati di essere loro stessi membri di quella più vasta Organizzazione? Se si vuole intendere quest’ultimo caso, come vorrebbe far equivocamente credere il capo di imputazione e la sentenza nella sua coreografia e come si vuole far pensare all’opinione pubblica, allora, fondate o meno che siano le accuse e le prove, è il 270 bis che va contestato e non il 416 c.p.!

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LE EVOLUZIONI DEL 270 bis c.p.

tra  “frodi”  e “trucchi dialettici”

Tratto dal libro “Il terrorismo islamico: mistificazione senza realtà?”

di Carlo Corbucci

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Le censure che abbiamo svolte nei paragrafi precedenti, all’evoluzione dell’art. 270 bis del codice penale come applicato nelle varie sentenze di condanna, si impongono, a nostro avviso, anche dalla lettera stessa del reato come formulato. Infatti, la norma punisce “chiunque promuove, costituisce, organizza, dirige (partecipa) o finanzia associazioni che si propongono il compimento di atti di violenza con finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico è punito…”.

Orbene, se le parole hanno un senso, e nella norma dovrebbero averne di più, per condannare qualcuno secondo questo articolo, l’associazione dovrebbe essere protesa a compiere attentati ed azioni terroristiche”, dunque, a stilare progetti mirati a ciò; e, a mente di questo, bisognerebbe raggiungere una prova certa attraverso riscontri oggettivi.

Nella pratica giudiziaria invece, le uniche sentenze di condanna, ritengono provata la fattispecie del 270 bis, cioè l’accusa di terrorismo, (ma anche questo con ragionamenti quasi sempre molto aleatori) per il fatto che gli imputati si sarebbero adoperati a favore di questo o quel personaggio accusato di essere un terrorista (magari arrestato all’estero con l’accusa di terrorismo o perchè conosciuto come “notorio esponente” di un gruppo terroristico) dandogli ospitalità, aiutandolo a regolarizzare la sua posizione, avendovi cenato… o che altro.

Nei casi che possono considerarsi “più esposti”, l’accusa non ha potuto provare altro (per giunta quasi sempre presuntivamente) se non che, alcuni, avrebbero aiutato o cercato di aiutare, presunti o reali “volontari”, a raggiungere i luoghi dove era o è in corso una lotta di resistenza contro eserciti stranieri di occupazione, coalizioni internazionali o governi stabiliti e sorretti dai Paesi cui appartengono quegli eserciti; o al massimo, che avevano in qualche modo espresso intenzione di recarvisi essi stessi.

Mai nessuna sentenza che abbia potuto dichiarare che un dato gruppo processato stesse preparando un attentato o avesse un’intenzione dichiarata o un progetto di compierlo.

Di fronte a ciò, l’osservazione che dovrebbe sorgere spontanea in una mente libera da suggestioni e pregiudizi, è come sia attribuire a qualcuno di tali gruppi o imputati, di essere un dirigente, un promotore, un finanziatore o anche soltanto un partecipe di un’associazione terroristica “…che si propone atti di terrorismo” come si esprime e come vuole la norma.

Il  massimo che potrebbe affermarsi, a rigor di logica e senza che questo significhi affatto un’ammissione, è che, questo o quel gruppo sotto processo, semmai “fornisce”, oppure “si propone di fornire”, o è comunque disponibile a farlo, un “supporto logistico” ad un’organizzazione o ad un’associazione che è però al suo esterno, la quale, se ha compiuto effettivamente atti di terrorismo o se se li propone, allora sì che può correttamente dirsi un’associazione terroristica che compie o si propone di compiere atti di terrorismo. Ma come identificare la seconda con quei gruppi?

Per sopperire a questa incongruenza, i primi capi di imputazione ricorrevano a formule come “cellule”, “articolazioni della più grande organizzazione”, “filiere”, più o meno “attive” o “dormienti” il cui scopo era quello di fornire supporto logistico e all’occorrenza agire. E su questo si face una gran suggestiva pubblicità nei primi tempi e nei primi processi.

Quando i fatti cominciarono ad urtare contro questa ricostruzione che intanto aveva dato i suoi frutti sul piano delle prime condanne si è dovuto modificare anche il linguaggio e ricorrere ad un’altra strategia: ora, l’impossibilità di avere riscontro autentici e diretti diventava addirittura prova di maggior credibilità perché accresceva il sospetto o la convinzione di una maggior pericolosità e capacità di occultazione da parte degli imputati la cui ricorrente  insospettabilità, incensuratezza e rispettabilità, era vista proprio come una maggiore prova della loro capacità e del fatto che agivano adottando cautele di copertura tra le quali rientrava addirittura, così tuonava la Pubblica Accusa nei vari processi, “..sposare donne italiane e fare numerosi figli con loro“.  Tutti quegli elementi che avrebbero finito con l’evidenziare l’assurdità di certe accuse e col rivelare la reale posizione degli imputati venivano, viene da dire “maliziosamente”, anticipati come ad esorcizzarli, nei capi di imputazione stessi in modo da diventare addirittura appesantimenti dell’accusa. Questa mossa veniva a sua volta preparata già da mesi prima attraverso una “informazione-disinformazione” attraverso notizie messe in circolazione in giornali e siti, da certi settori degli apparati di vigilanza e di sicurezza del “sistema”. Notizie con le quali si comunicavano le strategie di copertura usate dai presunti gruppi terroristici e dalle loro cellule i cui membri avrebbero appunto adottato la tattica di occultamento e di copertura di contrarre matrimoni con italiane e di fare molti figli vivendo una vita esemplare fino al momento in cui avessero ricevuto l’ordine di colpire. Fino ad allora dovevano fingere di “dormire” o rimanere nascosti nella normalità. A tempo debito, eseguendo ordini o determinandosi di loro iniziativa, sarebbero dovuti passare all’azione. Fra queste tecniche di copertura ci sarebbero appunto state proprio il matrimonio con italiane, la numerosa prole, la regolarizzazione della posizione di soggiorno legale, la buona reputazione. Opposta a questa tattica, poteva essere scelta invece quella di sporcarsi con la commissione di reati quali lo spaccio di droga, C.D. o moneta falsa, di furti e truffe, in modo da non suscitare dubbi sul loro nascosto fondamentalismo religioso.

In questo modo rientrava proprio tutto ed ogni tentativo di difesa veniva anticipato ed anzi trasformato in un ulteriore elemento di carico e di appesantimento accusatorio; quasi un’ulteriore prova di colpevolezza! Seriose testimonianze di “super-esperti” di terrorismo anche dell’F.B.I. venivano qualche volta a confermare queste tesi davanti alle Corti creando quel clima giusto di solennità e di serietà e di suspance.

Fin qui non interviene ancora il presupposto del “fatto notorio” o quello dell’equazione identitaria “attività e/o progetto di recarsi o di adoperarsi per favorire altri a raggiungere i “Paesi caldi” = “terrorismo” “, poi elaborati dalla dottrina per facilitare le condanne; anzi, per renderle possibili nei casi impossibili, perché l’esatta qualificazione della natura del gruppo sotto processo, precede queste categorie che intervengono, semmai (a torto o a ragione) successivamente.  Prima di utilizzare le categorie elaborate dalla dottrina è d’obbligo l’accertamento se il gruppo di imputati in questione costituisce veramente un’associazione secondo i requisiti del 270 bis.; vale a dire innanzi tutto, se sussiste la prova effettiva  che essi sono un’associazione che si propone “atti terroristici” ma questo possiamo ben affermare con cognizione di causa, che non sembra essere mai avvenuto in nessun processo culminato in una condanna, nel doveroso modo rigoroso che sarebbe state giusto e necessario.[1]

Questa prova, per quanto rigorosamente doverosa  era del resto veramente troppo ardua da raggiungere; infatti non era stato mai trovato nessun gruppo (tranne nei casi di frode che abbiamo trattato descrivendo i processi nei quali si sono verificate) in possesso di armi, esplosivi, progetti terroristici, mappe con obiettivi da colpire, o che altro. Anche il “pericolo” ed il presunto “progetto”, doveva avere un minimo di potenzialità offensiva e di concretezza sicchè non si confondesse con espressioni, seppure forti, del pensiero.

La legislazione doveva allora necessariamente essere inasprita per poter pur consentire che qualcuno rimanesse nelle maglie della rete, diversamente tutto il presupposto che sorreggeva il progetto politico e militare che doveva dare seguito alle guerra dell’Afghanistan e dell’Iraq oltre che agli inasprimenti legislativi e di controllo dell’intero pianeta, avrebbe probabilmente rivelato tutta la loro strumentalità e fallacia.

La soluzione non poteva allora essere che quella di restringere le maglie della norma in modo che la giurisprudenza potesse elaborare una sua dottrina e che non fosse più necessario niente di tutto quello che abbiamo elencato.  Al requisito della prova che il gruppo era in procinto di organizzare attentati, di compiere stragi o che li stava effettivamente progettando o quanto meno aspirasse a farlo pur senza aver ancora posto in essere alcun elemento concreto, si sostituiva un’equazione dialettica:  terrorismo non è che qualcuno progetti di compiere atti di terrore, stragi, attentati, rappresaglie o che altro; e neppure che aiuti indirettamente o direttamente qualcun altro a compierli fornendogli un supporto logistico, un sostegno diretto o indiretto, una solidarietà attiva, ma è anche, semplicemente, proporsi di recarsi in uno di quei Paesi dove è in corso una guerriglia di resistenza mirata a resistere all’invasione del Paese da parte dell’esercito degli Stati Uniti o della coalizione internazionale, e che in tal modo ritarda il processo di normalizzazione, la pace, la ricostruzione, la ripresa della vita civile dopo la disfatta dell’esercito regolare del Paese occupato.  La motivazione “morale” di questa scelta così qualificata, veniva riassunta nel presupposto tutto politico che l’”invasione” non è in realtà tale bensì una “liberazione” in quanto si sta esportando la “democrazia” e la libertà in Paesi schiacciati da dittature e da culture medioevali, antipopolari e discriminatici e che la legittimazione a resistere sussiste soltanto fino a quando l’esercito regolare ed il governo del Paese nemico sono ancora esistenti e capaci di offrire una resistenza in termini militari. Però, poiché la motivazione si appalesava ancora veramente troppo propagandistica e strumentale ad una certa politica di imperialismo economico e strategico-militare oltre che evidentemente anti-islamica, era necessario rafforzarla con qualche “fumosità dialettica”. Era allora che prendevano consistenza il “fatto notorio” e l’equazione “recarsi nei Paesi caldi per unirsi alla resistenza locale = terrorismo”.  L’un presupposto sorregge l’altro. Infatti, soltanto alla luce del fatto che sarebbe “notorio” che le stragi che avvengono nella strade, nei mercati, nelle moschee e nelle piazze in danno della popolazione civile, sono compiuti da gruppi di estremisti islamici al fine di seminare panico diffuso; scoraggiare, impedire o ritardare il processo di pacificazione e di ricostruzione; impedire la resa del popolo alle forze di invasone e la familiarizzazione che potesse nascere con esse; punire la collaborazione; impedire la “democratizzazione” del Paese; scoraggiare ogni progetto di normalizzazione e diffondere sfiducia nella possibilità di riprendere pacificamente la vita civile, è possibile rendere accettabile l’equazione che pretende che chiunque si adopera per raggiungere i Paesi caldi e farvi giungere altri è un terrorista che vuole recarsi in quei Paesi per compiere atti terroristici.[2]

Anche questo però, alla lunga lasciava trasparire eccessivamente l’inganno dialettico che sorreggeva l’impalcatura.[3]

Era necessario aggiungere qualcos’altro. Poteva infatti bastare un ideale? Poteva mai bastare il desiderio o anche il progetto concreto di volersi recare in certi Paesi per unirsi alla resistenza locale contro gli eserciti dei Paesi occupanti?

Era allora che avvenisse quello che non riusciamo a definire diversamente che un ulteriore “inganno”; il più recente: quello della collocazione “da lontano” del materiale incriminante, nello stato del luoghi degli imputati.  Poiché alterare gli ambienti in modo diretto si è rivelato pericoloso e controproducente alla luce dell’esito dei processo in cui era stato fatto; poiché la frode dialettica ha iniziato ad evidenziare troppo i suoi limiti, era bene intervenire con qualcosa che chiudesse nuovamente il cerchio.

Perchè “da lontano?” E che cosa vuol dire?

Vuol dire che se gli imputati non possono essere accusati di avere armi ed esplosivi o progetti perché non sono mai stati rinvenuti e perché evidentemente non li possiedono ne’ intendono possederli; poiché le formule dialettiche da sole cominciavano ad evidenziare la loro lacuna e poiché, infine, le espressioni di rabbia, di sfogo, e di solidarietà ideologica con presunti o reali gruppi “jihadisti” operanti nei “Paesi caldi”, cominciavano esse stesse ad essere viste più come manifestazioni, sia pure di “forte contenuto” ma tuttavia rientranti nel diritto di libertà di pensiero e di opinione, occorreva qualcosa di inquinante che entrasse nelle case e nella disponibilità dei vari soggetti da incastrare senza entrare fisicamente nella loro sfera reale.  A questo pensavano i “siti civetta” appositamente creati dai “servizi” statunitensi ed israeliani (ma poi subito adottati in Europa) con i quali veniva immessa in Internet una gran massa di documenti attribuiti ad Al Qa’da o a presunti “gruppi jihadisti”.

In questi siti si rinvenivano proclami deliranti, inviti a compiere attentati, tecniche di guerriglia, ed insegnamenti su come confezionare ed usare bombe ed esplosivi. Circa le istruzioni per confezionare bombe, niente di più di quello che poteva rinvenirsi in tanti siti ufficiali in internet anche soltanto digitando la parola “bomba”, però di forte impatto suggestivo soprattutto per gli inviti a costruirle per usarle per la “guerra santa” contro i “nemici dell’Islam”.

Era più che naturale che, soggetti certamente simpatizzanti per una certa resistenza all’invadenza occidentale nei propri Paesi ed interessati a ricevere notizie meno filtrate e censurate sulla reale condizione delle resistenze locali, della guerra in Iraq ed Afghanistan e che già utilizzavano il canale preferenziale Al Jazira piuttosto che i canali occidentali, si imbattessero in quegli argomenti e fossero spinti dalla curiosità di accedervi e conoscere quello che dicevano. E d’altra parte, proprio come quando ci si imbatte n un argomento che attrae morbosamente può benissimo sorgere l’impulso anche a prelevarlo pieni di stupore e curiosità, per leggerlo meglio, per tornavi con attenzione, per capire.

Tanto basta per assicurare una condanna: finalmente tutti gli ingredienti ci sono. La pratica religiosa assidua, gli interessi eccessivi per gli sviluppi militari, un’ostilità culturale verso l’Occidente e la sua politica definita aggressiva, un senso di persecuzione che favorisce espressioni di sfogo come maledizioni, parolacce, auguri di male, giudizi forti, critica forte ad n certo tipo di vita “americanizzata” ed occidentale, la presenza di un documento irregolare, il contatto occasionale con qualcuno già condannato in un altro processo, uniti finalmente al rinvenimento nell’abitazione sopra qualche C.D. o su carta stampata di uno di quei proclami estratti da internet, di un manuale di istruzione o di un sermone attribuito a Bin Laden anch’essi estratti da uno di quei siti, diventano la prova certa, quella determinante che fa da collante a tutti gli indizi e che assicura al 100% la condanna.

Subito di seguito vedremo che nei processi milanesi in quella fase non c’era ancora quest’ultimo elemento perché soltanto allorché stava iniziando ad esaurirsi la riserva di suggestione mediatica utilizzata nei primi processi milanesi, si è sentita la necessità di ricorrere a questa strategia che riguarderà i processi dal 2007 in poi.

FINE DEL CAPITOLO


[1] Varrà ricordare nuovamente che “atti terroristici” secondo l’elaborazione giurisprudenziale, la definizione dell’Unione Europea e le convenzioni internazionali ormai più o meno unanimi, sono:  innanzi tutto gli attentati stragisti, poi tutti quegli atti di intimidazione e di violenza mirati, e/o che hanno comunque l’effetto, di seminare terrore e panico diffuso nella popolazione civile, sfiducia nelle sue istituzioni, ostacolo alla pace civile e sociale. Altresì, quelli mirati o che hanno l’effetto di mantenere uno stato di disordine e minare l’ordine costituito e le sue legittime istituzioni; di indurre col ricatto della violenza un governo a fare qualcosa che non è tenuto a fare o ad astenersi dal fare qualcosa che è tenuto a fare. Nella fattispecie rientra anche il “progetto” concreto di compiere atti concreti di violenza mirati a ciò o che possano produrne prevedibilmente gli effetti ed anche il “pericolo” concreto che possano essere effettivamente compiuti ove sia accertato che il gruppo di accusati possiede effettivamente un minimo di potenzialità e di capacità offensiva. Però, l’immagine più suggestivamente e mediaticamente usata a mo’ di propaganda e di formazione del consenso delle masse nelle scelte dei correttivi indicati dai governi, è quella che identifica la parola “terrorismo” con gli attentati e le stragi. Un’identificazione che ha il suo buon gioco non soltanto nel giudizio e nella credenza della popolazione ma persino delle Corti, soprattutto popolari.

[2] La convinzione che la popolazione di un Paese, una volta abbattuto il suo governo e sgominato il suo esercito non aspetterebbe altro che la cessazione di ogni ostilità e la ripresa della vita normale (e dunque la legittimazione di una conclusione sul piano giuridico quale quella riferita) si fondano, in definitiva e nonostante la mitologia della maturità delle masse democratiche e dell’esaltazione di esse come sovrane e consapevoli, sull’invincibile presupposto ben cognito ai reali detentori del “potere reale” di tutti i Paesi che, in fondo, non sono mai i popoli a fare la storia e che essi non sono in realtà nient’altro che carne da macello e animali da soma utilizzati nei vari scopi e progetti. Ben sa, ogni Stato maggiore di un esercito, ogni governo di ogni Paese in guerra ed ogni autentico conquistare che, arrivare ad abbattere le gerarchie politiche, religiose e culturali di un Paese, significa assicurarsi l’obbedienza cieca ed assoluta del popolo, laddove ad esso fosse dato anche soltanto poco più del necessario per soddisfare i suoi bisogni e le sue passioni. Evidentemente chi giunge a certe aberrazioni giuridiche, è ben consapevole oltre le ipocrisie dialettiche e politiche, che chi difende un Paese, una Civiltà, una Cultura, un Ideale, una Tradizione, una Terra, un’Identità, sono soltanto quelli che costituivano il “Governo” (nel senso ovviamente eminente del termine) di un Paese e non certo le masse per le quali un padrone vale l’altro e la cui preferenza per un padrone è legata soltanto al fatto che questi paghi meglio in termini materiali e di licenza. Gli “ideali” verranno dopo; e sono quelli che il padrone sceglierà per il suo branco e saprà bene far accogliere.

[3]Ad un’osservazione socio-politica e strategico-militare obiettiva e disinteressata, appare evidente che gli Stati Uniti hanno preteso la presenza di piccoli contingenti dei vari Paesi alleati (tre, quattrocento, il massimo cinquemila… soldati) non certo perché ne avevano militarmente bisogno. Basti pensare che nell’Iraq e nell’Afghanistan sono presenti circa 300.000 soldati americani mentre la presenza di tutti gli altri soldati di 20 Paesi, arriva appena a 20.000!  La ragione è fin troppo evidente: occorreva una legittimazione internazione a quelle che sono state aggressioni all’Afghanistan ed all’Iraq, avvenute senza neppure una formale “dichiarazione di guerra”. Costringere i Paesi alleati ad essere presenti in quei territori, mentre li obbligava ad una caccia interna ai gruppi islamici (formalmente, ai terroristi) e li manteneva nel mirino di un risentimento e di un odio da parte dei musulmani che si sentono così perseguitati da tutti, univa soprattutto la comunità internazionale in una solidarietà obbligata con le ragioni di Israele e degli Stati Uniti impegnandoli in una difesa comune degli interessi, dei problemi e delle ragioni di quelli che così diventavano necessariamente anche i loro interessi senza tuttavia averne neppure gli utili.

COME TI CREO IL MOSTRO

KAMIKAZE CHE LITIGANO CON LE MOGLI E CON I PADRI

-  TERZA PARTE -

Gli argomenti sul “Caso” e sulla “Coincidenza” hanno affascinato da molto tempo la mente dei pensatori, soprattutto quella dei più confusi. Su un punto tutti sono d’accordo: “caso” vuol dire “senza senso”, privo di una “ragione” trascendente o anche coestensiva a se che lo supera e gli da un significato o un ordine, altrimenti non sarebbe caso. “caso” vuol dire “eccezionale”, “non ripetibile”, altrimenti non sarebbe caso; “caso” non può coniugarsi con “ricorrente” altrimenti non sarebbe “caso” e non potrebbe dirsi che una cosa è avvenuta “per caso”.  “Caso” non può accompagnarsi ad una qualunque “significato” altrimenti non sarebbe “caso”.  “Caso” vuol significare “senza ragione”, “senza causa”, “senza significato”. Soprattutto, “caso” vuol dire “prima di ogni effetto” perché dopo l’evento causale segue tutta la serie dei determinismi di causa-effetto che conosciamo e che non conosciamo e non può più parlarsi di “caso” in senso assoluto.  Il “caso”, dunque, se non è “unico”, è quanto meno straordinario, eccezionale; qualcosa che non si ripete.

Diversa dal “caso”, inteso nel suo modo proprio e più coerente è la “coincidenza” che è assimilata a volte al “caso” ma non è la stessa cosa pur condividendone molti aspetti. Meno assoluta e non singolare, la “coincidenza” è comunque un altro evento straordinario; se non unico quanto meno vicino ad una singolarità.  Certo la “coincidenza” non si riferisce al momento dell’evento iniziale da cui conseguono i vari determinismi ma al momento successivo allorché la serie della “cause-effetti” ha avuto inizio ed allora l’ipotesi della “coincidenza” dovendo rispettare regole ben precise legate al processo stesso delle “cause-effetti”, se non è considerabile una singolarità ed un’esclusività come il “caso”, è comunque molto rara perché, appunto, affinché si verifichi debbono coincidere una serie di elementi che si combinano assai raramente e nei quali coincide, in fondo, anche una sorta di partecipazione del “caso”, questa volta però inteso non in se stesso ma come riflesso nel mondo dei determinismi.

Allorché si sia capaci di questo genere di speculazioni e si abbia la qualificazione intellettuale sufficiente per afferrare certi concetti in fondo abbastanza elementari e logici finché non interviene il condizionamento del sentimento, sul piano teorico non si può non essere d’accordo su questi principi ma allorché si tratti di applicarli alla realtà concreta, il “sentimentalismo” e gli interessi che vi si legano impedisce di vedere le conseguenze. E’ così che la politica, il positivismo, la gente comune, hanno scoperto un altro genere di “caso” e di “coincidenza”: quello che si ripete ogni volta che le cose vanno nella direzione contraria ai propri desideri, sentimenti, speranze, aspettative, illusioni, ideologie o di fronte a episodi e situazioni che suscitano paura ed inquietudine.

In questa prospettiva “sentimentale” ed interessata, il “caso” e la “coincidenza”, pur senza che ciò venga esplicitamente affermato pena l’evidenziarsi dell’assurdità dell’affermazione stessa, si è ripetuto e si ripete migliaia di volte; comunque, in tutte le occasioni per le quali, un evento determinante è stato preceduto da qualcosa che lo ha provocato.  Così, ad esempio, sarebbero un “caso” ed una “coincidenza” che tutti gli episodi di terrorismo che hanno giustificato nel mondo l’applicazione delle più aberranti forme di controllo e le reazioni militari delle guerre in corso che hanno esteso il dominio dell’Occidente ed attuato quella“globalizzazione” da tempo annunciata ed auspicata, abbiano finito per realizzare ogni volta esattamente l’opposto di quello che, stando alla versione convenzionale che delle finalità dei presunti terroristi viene divulgata, essi avrebbero in mente di realizzare e che abbiano invece sempre concorso a realizzare esattamente quel sistema e quel mondo che essi, si dice, avversino e che del resto in nessun altro modo si sarebbe potuto realizzare in tempi stretti e senza eccessive reazioni. Un sistema ed un mondo che, nella prospettiva degli pseudo-profeti della “globalizzazione” e del “Nuovo Ordine Mondiale” con il suo “Potere Unico e Globale”, doveva assolutamente realizzarsi ma che è fortemente osteggiato dai “terroristi islamici” data la loro visione del mondo fanaticamente esclusivista.

L’ultima occasione nella quale il “caso” e la “coincidenza” hanno agito per una millesima volta è quello del presunto attentatore di Natale che anziché portare i pacchi di Babbo Natale e la calzetta della Befana, portava esplosivo spalmato nella mutande e nei testicoli.[1]

Avrà un significato o sarà una “coincidenza” che da almeno dieci mesi nelle stanze del potere negli Stati Uniti si dibatteva il  problema di come giustificare l’apertura ritenuta necessaria di un “terzo fronte” di guerra nello Yemen? Un fronte indispensabile, sostenevano la Difesa e le forze che si muovono per una soluzione drastica e decisa, complessiva e non più propedeutica, del problema “Medio-Oriente-Vicino Oriente”.  Necessaria per completare il controllo pieno sull’intera Penisola Araba e, data la posizione strategica dello Yemen, che fosse frontale alla Somalia.

Il nodo del problema era che Obama aveva vinto le elezioni proprio presentandosi come pacere, come antagonista della linea Bush, come possibile interlocutore con il Mondo arabo. Obama è un democratico di quelli che ha osteggiato di più la politica repubblicana dei falchi e di Bush. E’ dunque evidente che le forze che detengono il “potere reale” negli Stati Uniti, essendo sempre le stesse, dopo la strategica vittoria paradossalmente ed imprevedibilmente accordata ad un nero che riunisce in modo quasi emblematico nel suo stesso nome quelli che sono presentati come i due principali  protagonisti  del “male mediatico”,  responsabili del “terrorismo islamico” e delle guerre (- Hussein (Saddam) e Osama (Bin Laden) -) reclamano da lui quello che avevano reclamato da Bush e che reclamerebbero da qualunque altro Presidente. Ed allora torna la necessità di ripetere il rito: come giustificare il nuovo corso? Come preparare le cose in modo che il Presidente possa avere una ragione da esibire ed una giustificazione dietro la quale non contraddire tutta la sua immagine?

L’ex ambasciatrice statunitense a Sana’, Barbara Bodine, dice che: “una dichiarazione di guerra contro lo Yemen ci si rivolterebbe contro”  ma i due più alti esponenti del Center of New America Security già un mese prima del fatto scrivevano che: “La notizia otto anni dopo l’11 Settembre e con due guerre in corso non sarà benvenuta ma lo Yemen richiede un’azione immediata”. E lo stesso scriveva l’autore di American Yihad Steve Emerson: ”Gli USA non vogliono che nel mondo musulmano si percepisca l’apertura di un terzo fronte: ma questa scelta ha un limite… Qui lo stesso governo yemenita è diviso, ancor più di quello pakistano, tra lealtà agli Stati Uniti e politiche anti-americane. Aggiungerei che lo stesso presidente al potere da 30 anni ha avuto proprio da Al Qa’ida un aiutino contro i ribelli sciiti del Nord armati da Teheran ed il pasticcio è completo. E quindi? Bisogna fare da soli: ma il governo Obama potrà mai accettarlo?”.

Già il noto scrittore politologo americano Perle aveva da tempo affermato che la soluzione veramente definitiva sarebbe stata quella di un attacco immediato, unico e congiunto contro l’Afghanistan, l’Iraq, il Pakistan, la Siria, lo Yemen, la Somalia, l’Iran, ed alcuni Paesi arabo-africani indecisi…. Soltanto così, egli sosteneva e sostiene ancora, si sarebbe definitivamente risolto il problema del “terrorismo islamico” e dello scontro tra la nostra civiltà ed il residuo della barbarie del passato. E soltanto così Israele avrebbe potuto avere garantita la sua pacifica sopravvivenza.

L’interevento militare nello Yemen non era l’unico problema: da qualche mese erano pronti, ancora impacchettati, nuovi strumenti di controllo negli aeroporti, destinati in futuro anche agli uffici pubblici, incredibilmente invasivi: lo “scanner corporale” perché sarebbe l’unico a rivelare la presenza nel corpo di esplosivo.[2] Se questa innovazione è stata una risposta necessaria al pericolo evidenziatosi nel fallito attentato di Natale, perché da mesi quegli apparecchi erano già bell’è pronti per essere installati intanto nei principali aeroporti?

Dovrebbe essere superfluo osservare che quest’ulteriore innovazione non avrebbe avuto facile accesso nelle condizioni che precedevano l’episodio subito definito “il fallito attentato di Natale” perché rappresenta veramente un passo ulteriore verso un’umanità robotizzata; certo nessuno si sarebbe mai immaginato anche fino a poche settimane fa, di dover fare una risonanza magnetica o un esame ai “raggi x” ogni volta che accede ad un viaggio.[3]

Come si poteva dare attuazione ai nuovi “pacchetti premio” natalizi da offrire all’intero, già esasperato Occidente?

Ecco intervenire nuovamente il “caso” e la “coincidenza”.  Come era accaduto per le “Torri Gemelle”; come era accaduto per Madrid e per Londra; come accade nelle moschee e nei mercati dell’Iraq e dell’Afghanistan ogni volta che a livello internazionale deve darsi seguito ad una “svolta legislativa e giudiziaria “epocale”, “qualcuno” agisce. Nei casi più eclatanti, quel “qualcuno” rimane sempre sconosciuto o se viene reso cognito non può più parlare o difendersi ne’ confermare o smentire perché è morto, si dice, nell’operazione stessa o è ancora nascosto; mentre nei casi “caserecci” e ridicoli (i terroristi delle scarpe spalmate di esplosivo e dei testicoli e mutande, oppure quelli che si fanno scoppiare in mano la borsa degli attrezzi di lavoro come nel caso di Milano (dopo aver litigato con mogli o padri…) i “terroristi” vengono sempre fermati in tempo e prima che agiscano.  Superfluo aggiungere che, questi ultimi diventano poi la conferma, la prova provata, che tutti gli episodi di “grande terrorismo stragista” realmente compiuti, sono stati effettivamente realizzati dallo stesso genere di soggetti, cioè musulmani fanatici e folleggianti, semplicemente più preparati e fortunati di questi ultimi.

In questo modo la suggestione viene rinnovata e rafforzata; la copertura dei veri più probabili responsabili rafforzata; le pericolose emersioni che iniziavano troppo ad evidenziare il sottofondo di certe ricostruzioni rigettate nell’ombra e la situazione generale si presenta nuovamente pronta per la successiva tappa. Una tappa che fa parte di quel progetto generale e finale che deve portare l’intero pianeta alla “globalizzazione” totale, instaurare in esso l’annunciato “Nuovo Ordine” dal “Potere Unico”, esercitato sopra un’umanità omologata nei cervelli ed unificata nel minimo comune denominatore di un’esistenza incentrata su un ebete consumismo  e sottoposta ad un rigido controllo persino dei sentimenti, dei pensieri, delle emozioni e delle reazioni.  Un risultato, questo, che non può prescindere dalla eliminazione dei residui di un mondo tradizionale (nel caso dell’Islam ancora troppo vivo e vissuto sia a livello intellettuale che popolare) che costituisce ancora l’immagine di un’alternativa esistenziale, in forza di una identità stabilità su basi religiose e spirituali ancora radicalmente vissute sin nei suoi tratti sacrali mantenuti e rafforzati da una coerente, costante ritualità.

Infine, l’episodio ha rimesso in discussione la liberazione degli altri detenuti di Guantanamo e la sua definitiva chiusura a cui molti si erano opposti ed ha offerto l’occasione per riaprire le polemiche sul caso del massacro di Fort Hood in Texas negli Stati Uniti dove il 15 novembre 2009 vi furono 13 morti e 45 feriti e dove il responsabile, un maggiore dell’esercito, Nidal Malik Hasan che è stato processato e condannato soltanto per omicidio, suscitando le ire di alcuni settori della F.B.I. che pretendevano che fosse accusato di “terrorismo islamico” per la sua origine etnica. L’episodio di Natale ha riaperto l’occasione per sostenere che il maggiore sarebbe stato spinto alla strage dall’Imam americo-yemenita che vive nello Yemen, Anwar al Awlaki, definito il nuovo Bin Laden che agisce dallo Yemen. La mancata contestazione in quel processo aveva già fatto irritare la F.B.I. e la C.I.A. perché si era perdura l’occasione di intervenire nello Yemen.

Con questo episodio, i vari “super-esperti” di terrorismo islamico come Steven Emerson, Magdi Allam Cristiano, Peter Bergen ed altri, hanno rinnovata l’accusa che lo stesso Imam avrebbe incitato ed armato dallo Yemen il giovane nigeriano.

Significativo anche il commento dell’ex vice-presidente dell’Amministrazione Bush, Cheine il quale, all’indomani dell’episodio e alla reazione di Obama che osservava come “anche i democratici sanno tirare fuori i muscoli e mostrare il petto villoso” annunciando severe reazioni nello Yemen dove, secondo le informazione lui fornite della CIA e dell’FBI allorché si trovava ancora in vacanza in Jamaica, il fallimentare kamikaze sarebbe stato addestrato e preparato, osservava che ora anche lui avrà le sue belle rogne.  Chine capisce bene probabilmente che l’aiuto al governo yemenita è una dichiarazione di guerra vellutata e che anche che l’episodio di Natale non è che una lezione, un suggerimento, una pressione ad Obama della stessa natura delle Torri Gemelle.

Ancor più significativo però il fatto che il “terzo fronte” questa volta è stato presentato come un “appoggio logistico” al governo dello Yemen che, pur se alleato, si dimostra tuttavia incapace da solo di controllare la situazione che nello Yemen starebbe precipitando. Un appoggio logistico che però, caso strano, era iniziato ben 11 mesi prima che accadesse l’episodio di Natale con l’introduzione di alcune centinaia di operativi dell’F.B.I. e della CIA.

A dire il vero anche in questo caso natalizio non mancano gli elementi di stranezza che lo accompagnano. Prima che venisse anche ipotizzato un collegamento con Al Qa’ida o similari, il giovane si era già presentato subito dopo il fallito tentativo, come un incaricato da Al Qa’ida yemenita senza che fosse preso sul serio dallo stesso giudice distrettuale Paul Barman che per primo lo intrerrogò con l’iniziale contestazione di aver tentato di distruggere un aereo. Alla prima domanda del giudice su come si sentisse, il giovane rispondeva con un sorriso… “Meglio, mi sento meglio”.

Il giovane di colore era stato denunciato dal padre con il quale aveva avuto forti diverbi ed era stato messo a regime nonostante fosse un ricchissimo banchiere nigeriano. Il ragazzo si era sfogato per mesi su un foro di internet lamentando di essere solo e depresso”, di non aver mai trovato “un vero amico musulmano”. Li aveva redatti tra il 2005 ed il 2007 usando il nick name “Faruok1986”, quando frequentava una scuola britannica nel Togo; una scuola nella quale, si lamentava, c’erano pochi musulmani con cui fraternizzare. Aveva scritto almeno 300 messaggi nei quali ripeteva di non avere nessuno con cui parlare, “…nessuno che mi consigli o mi sostenga e mi sento solo e depresso; non so che cosa fare e poi credo che questa solitudine possa condurmi ad altri problemi”.  Risalta anche la tensione fra le interpretazioni liberali ed estremiste dell’Islam: “Il Profeta ha detto che essere religiosi è un compito leggero e coloro che si caricano di fardelli troppo pesanti lo troveranno difficoltoso e non potranno continuare; e così ogni volta che mi rilasso commetto delle mancanze, e quando mi impegno mi stanco di quel che sto facendo – per esempio, imparare a memoria il Corano. Come trovare un equilibrio?”. Nel dicembre del 2005 racconta che i suoi genitori sarebbero venuti a trovarlo a Londra e si chiedeva se fosse lecito che mangiasse carne insieme a loro: “Sono dell’opinione che la carne non macellata secondo l’uso islamico sia proibita, a meno che non sia assolutamente necessario; i miei genitori la pensano come qualsiasi straniero, che possiamo mangiare qualunque tipo di carne. Ho pensato che non dovrei mangiare con loro, ma temo che questo possa creare divisioni ed altri complicati problemi familiari”. (The Washington Post 28/12/2009).

Il padre del giovane è uno dei personaggi più influenti nelle scena economica nigeriana. Ex ministro dell’economia, presidente della First Bank è stato nominato anche commendatore della Repubblica italiana. Il giovane vissuto a Londra con la famiglia dal 2005 al 2008 ed ha ottenuto anche un visto per gli Stati Uniti. Nell’agosto 2008 era già stato negli Stati Uniti. Ad agosto 2009 ha avuto una forte lite col padre perché voleva andare nello Yemen osteggiato da quest’ultimo. Privato del sostegno economico annunciava per questo con una lettera il suo distacco dalla famiglia. Il padre denunciava la sua sparizione all’Ambasciata americana di Abuja e dal mese di novembre 2009 era stato inserito nella lista dei nomi dei 550.000 probabili terroristi e si era visto rifiutare il visto di reingresso a Londra.

Il governo nigeriano all’indomani del fatto faceva sapere che il giovane nigeriano giunto dal Ghana in aereo, prima di imbarcarsi per Amsterdan da cui avrebbe preso l’altro aereo per Detroit sarebbe stato fermato per tre volte al varco di accesso alla zona di imbarco. Due volte il controllo avrebbe suonato, la terza volta si è tolto le scarpe e il controllo non avrebbe più suonato.

Appena arrestato il giovane dichiarava subito di aver ricevuto l’esplosivo, 80 grammi di “petn” collocato nelle mutande, da un capo di Al Qa’ida nello Yemen ed il suo intento era quello di far saltare l’aereo sul quale si era imbarcato da Amsterdam per Detroit, Il 24 dicembre 2009. Non vi sarebbe riuscito soltanto perché neutralizzato da passeggeri che lo hanno assaltato. Tuttavia questo non avrebbe impedito che riportasse gravi ustioni nel corpo in quanto la deflagrazione è comunque parzialmente avvenuta su di lui. La quantità di materiale non era sufficiente minimamente a far esplodere l’aereo ma si sostiene che avrebbe comunque potuto generale un’apertura che piccola che poteva essere avrebbe causato una depressurizzazione letale nell’aereo stesso.

Particolare curioso, soltanto per l’insistenza di due passeggere, Kurt e Lory Haskell, che hanno insistito a voler rivelare la notizia, è trapelato che il giovane nigeriano non era solo nel volo “Amsterdam-Detroit”. Con lui c’era un indiano arrestato perché un cane addestrato dell’antiterrorismo aveva “sentito” qualcosa. Portato via dall’aereo è stato interrogato e poi rilasciato. Nessuna accusa contro di lui; resta Umar Farouk Abdul Mutallah l’unico accusato che, prima di essere accusato, precede tutte le accuse che gli verranno poi fatte successivamente.

Chi era l’”indiano”? E che ruolo doveva svolgere? E qual è l’effettivo ruolo dello stesso Umar Faruk?

E’ sicuramente straordinario che in certi campi compaia sempre, ed al momento giusto, il personaggio di turno che si presta a fornire l’occasione necessaria e voluta per coprire una falla lasciata aperta da una determinata operazione che ha implicato eccessive emersioni; che si presta a risolvere un problema che si pone da tempo; che si presta a superare un ostacolo che impedisce certe soluzioni ritenute le uniche suscettibili di risolvere un problema determinante e via dicendo e che non realizza nulla degli scopi utili alla sua presunta causa.

Dire che tutte quelle volte ha agito il “caso” o la “coincidenza” è veramente irrazionale.  Non è tuttavia neppure razionale presumere che le cose avvengano sempre con il meccanismo semplicistico del “complotto” ordito da quattro, cinque persone rinchiuse in una stanza dei bottoni o in qualche isola.  E’ sicuramente vero invece che le cose non sono comunque mai causali e che il problema, dunque, riguarda non già la casualità o meno o la coincidenza o meno ma, invece, la “modalità” come certe cose vengono fatte accadere. E quanto alla modalità, le cose non sono semplici perché se è pur vero che i “dirigenti” di una determinata operazione o serie di operazioni non mancano mai, è altrettanto vero che le modalità di attuazione per le quali esiste una vera e propria “scienza”, passano per meccanismi di azione e reazione che non appartengono a possibilità e conoscenze comuni ed ordinarie. In certe operazioni agiscono vari tipi di influenze che non sono soltanto di ordine corporeo nel senso più grossolano del termine ma anche “sottile” e relativamente a queste opera la messa in moto di forze che la comune psicologia non è neppure in grado di sospettare. Questo senza ovviamente trascurare affatto le possibilità anche soltanto di ordine più grossolanamente materiale che già da sole permettono di agire su un’area di azione sufficientemente vasta per permettere di portate l’azione più nel profondo senza troppo apparire.

Piuttosto nel dubbio se il personaggio di turno sia un mistificatore che si è prestato ad un gioco sporco o un pazzo che comunque sicuramente contribuisce a rendere difficile la vita dei musulmani, non potrebbe essere un’occasione per saperne qualcosa di più, per accertarsi l’identità e la sorte effettiva di quel personaggio durante e all’esito del processo oltre che per ottenere giustizia, che qualche “Associazione islamica” si costituisca “parte civile” in quei processi dove troppo facilmente e così eccezionalmente è stato individuato il colpevole, e all’esito. chiedesse il doppio della condanna che per lui proporrà la Pubblica Accusa?


[1] Precisazione: non è che noi sosteniamo che i sostenitori del “caso” e della “coincidenza” reiterati affermino che gli interventi repressivi e le guerre conseguenti agli episodi di terrorismo sono casuali, al contrario essi affermano del resto con buona logica che essi sono reazioni necessarie, forme di difesa, per aberranti che possano essere, determinate e giustificate dal pericolo rappresentato dal terrorismo dimostrato dalle loro azioni. Chiunque sa che gli inasprimenti legislativi sui controlli vengono giustificati (a ragione o strumentalmente) dalla necessità di fermare il terrorismo (che questo sia veramente esistente o sia soltanto strumentale al fine). Quello che noi vogliamo dire è che gli stessi che hanno chiaro questo concetto sono però poi disposti a credere che siano un “caso” ed una “coincidenza” che, quelle cose che avrebbero determinato quei correttivi (guerre, leggi speciali, inasprimenti, globalizzazione, consolidamenti geopolitici di equilibri di potere, ecc.) finiscano sempre per convenire alla stessa parte e per realizzare ciò che da tempo essa intendeva o aspirava a raggiungere; che coincidano sempre con ciò che essa ritiene non soltanto necessario ma addirittura vitale per la sua stessa sopravvivenza; che  rafforzino la sua posizione dominante; che si ritorcano sempre a svantaggio di coloro che vengono indicati come gli autori dell’operazione e che tutto finisca per realizzare ciò che costituiva il progetto esistenza fin dall’iniziale ed ora in fase di attuazione e cioè, quella “globalizzazione” accompagnata dall’accaparramento delle ultime risorse energetiche del pianeta, dal rafforzamento delle postazioni militari e di controllo, dalla realizzazione, finalmente, dell’auspicato “Potere Unico Mondiale”. Avrebbe mai questo progetto potuto realizzarsi spontaneamente da solo, vincere ogni resistenza da solo, travolgere ogni ostacolo da solo e limitandosi, i suoi sostenitori, ad una sola presenza difensiva e di osservazione dell’avversario che intanto compiva gli atti stragisti che gli vengono attribuiti?.

A meno di non far intervenire motivazioni di ordine “moralistico” per le quali, come affermano i telepredicatori americani,  “…non è un caso che quegli atti di violenza terroristica si rivolgano sempre in danno di chi li compie in quanto il male non raggiunge mai il suo scopo e la parte che risulta avvantaggiata da quelle azioni lo è proprio perché rappresenta il bene…”, l’atteggiamento casualistico che abbiamo denunciato è senz’altro assurdo come del pari ci sembra assurdo accettare la soluzione “moralista” or ora prospettata che peraltro non ha nulla ne’ di Vero ne’ di autenticamente “morale”.

[2] Poiché quello che conta è il risultato da raggiungere e non più astratte patenti di efficienza da esibire scenicamente, l’introduzione di queste nuove “mostruosità” e l’ingresso forzato ed ormai “necessario” di questi sistemi è stato accompagnato, anche questa volta come fu il caso delle “Torri Gemelle”, da uno sviante concerto critici nei confronti dei servizi di sicurezza americani.  Negli Stati Uniti, l’introduzione delle innovazioni nel campo dei controlli che hanno creato caos pazzesco negli aeroporti e nelle stazioni e la notizia del “nuovo fronte” di guerra yemenita, è stata sopraffatta da una cortina fumogena di critiche strategicamente pilotate in una direzione tutta periferica, cioè, il “fallimento dell’Intelligence”. Questo argomento sviante e dall’altro lato esorcizzante sul quale è stata dirottata e fatta scaricare ed esaurire la tensione suscitata dagli altri due argomenti centrali, sembrano tanto svolgere oltre che la funzione di prevenire e tacitare l’interrogativo di come sia possibile che avvengano certi episodi nonostante i controlli e la loro dimensione, anche quella di non permettere che si susciti un’eccessiva supervalutazione di certi apparati di sicurezza che, come si è dimostrato in passato, diventa controproducente in quanto suscettibile di far sorgere il sospetto che i reali manipolatori di certe operazioni, siano proprio al loro interno. Invece, mantenere basso il livello di considerazione di quegli apparati evita una loro supervalutazione e le conseguenze che se ne potrebbero trarre. Meglio tenerne basso il profilo; infatti, come potrebbero servizi inefficienti e composti da cretini, essere capaci di tanto ed evitare che certe cose avvengano sotto i loro occhi?

[3] Con queste considerazioni noi non vogliamo affatto ignorare o negare che, giunti a certi punti, determinate soluzioni si presentano ormai non soltanto utili e necessarie ma addirittura inevitabili. E questo vale del resto anche per tutta un’altra serie di intereventi che la “civiltà moderna” ha resi inevitabili in tutti i campi della vita e dell’attività umana, contribuendo a complicarla sempre di più anziché a semplificarla ed a soffocare, letteralmente, le più elementari espressioni di libertà, di felicità, di umanità e di distacco. Però viene da rilevare come, proprio questa “inevitabilità”, evidenzia ormai tutto il sottofondo veramente “satanico” di questo tipo di civiltà dove il bisogno e la necessità si sono estesi e dilatati fino a ripiegarsi sull’essere umano che doveva beneficiare di certe innovazioni mentre ne è stato, infine, avvolto e soffocato.

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TERRORISMO E RESISTENZA

DISTINZIONI POLITICHE, LEGISLATIVE, GIURIDICHE E MORALI.

- PARTE PRIMA -

In campo internazionale, la distinzione ormai impostasi, certo non casualmente e non senza interesse,  tra “terrorismo” e “resistenza” (nella quale è compresa la “guerriglia” quando essa è animata dalla finalità di “resistenza”),  non soltanto sul piano pratico ed effettivo ma ormai anche su quello giuridico, viene stabilita sulla base dei seguenti elementi di discriminazione che qui riassumiamo in termini molto generali:

a)         L’esercito di una Paese democratico, soprattutto dotato di garanzie storiche, costituzionali, ideali e culturali come gli Stati Uniti che sono storicamente esempio ed ideale di tutela democratica, non può mai essere accusato di “terrorismo”, sia perché le finalità militari, storiche, politiche, culturali e sociali di un “esercito regolare” guidato da uno “Stato Maggiore” che risponde ad un Governo regolare, eletto dal popolo e da questo controllato, oltre che dall’opposizione nonché vincolato da una Costituzione fondata sul rispetto dei “diritti umani”, della dignità della persona, sul presupposto della libertà di religione, di opinione, di associazione e di scelta morale e sessuale della vita privata, esclude che possano essere mirate alla conquista ed alla sottomissione di un paese o del suo popolo.

b)        Il governo e l’esercito di un paese democratico, soprattutto dotato di garanzie storiche, costituzionali, ideali e culturali come  gli Stati Uniti non può mai avere finalità “terroristiche” come quelle di incutere nei Paesi con i quali fosse anche in guerra, panico diffuso, senso di smarrimento e sfiducia nella pace o nella ripresa della normalità. Al contrario, mira a rassicurare che lo scopo delle stese operazioni belliche è quello di ristabilire al più presto la pace, la libertà, le garanzie democratiche, l’ordine, la giustizia.

c)         Lo scopo e la finalità di operazioni militari compiute da un Paese democratico soprattutto dotato di garanzie storiche, costituzionali, ideali e culturali come gli Stati Uniti che sono storicamente esempio di ideale di tutela democratica, non può mai essere quello di una conquista per sfruttamento o per annessione. Un’eventuale operazione militare non può essere considerata altro che una necessaria risposta a ripetute provocazioni ed aggressioni che arrechino o abbiano arrecato danno diretto alla popolazione del Paese democratico o che costituiscano pericolo grave per essa o per l’umanità.  In quest’ottica non è esclusa l’opzione militare nel caso di acclarata tirannide esercitata da un governo dispotico all’interno di un Paese, sulla propria popolazione, ove la situazione raggiunga livelli di violenza tale che la stessa venga privata di ogni elementare forma di dignità e di rispetto della persona umana tale da richiedere l’intervento del resto della comunità internazionale a tutela della sofferenza di quel popolo

E’ dunque da considerare falso che un’opzione militare adottata dal Paese democratico possa essere dettata da interessi materiali ed economici; dall’intenzione di estendere la propria influenza o il proprio potere, diretto o indiretto che sia; dalla volontà di rimuovere ostacoli politici o culturali all’interno del Paese contro il quale viene adottata l’opzione militare, contrari agli interessi materiali ed economici del Paese democratico stesso.

d)        Sono considerabili “atti militari” e dunque legittimi (fatte comunque salve le eventuali contestazioni in termini di “crimini di guerra”) anche se compiuti in opposizione all’esercito di un Paese democratico che stia militarmente penetrando nel territorio di un altro Paese che non sia considerato “democratico” secondo i condivisi criteri della politica internazionale, soltanto quegli atti a carattere militare compiuti dalle forze ufficiali dell’esercito del Paese finchè è operante il proprio governo e lo “Stato Maggiore” e sia ancora presente un’organizzazione delle istituzioni che coordina le operazioni belliche nei termini di una “difesa” del territorio e di uno scontro tra eserciti nell’indeterminatezza degli esiti finali e prima di un’eventuale “resa ufficiale” o disfatta dell’esercito e della sua composizione gerarchica.

e)         Sono considerabili “atti di Resistenza” o più in generale “Resistenza armata” e dunque legittimi a determinate condizioni, le operazioni compiute dall’esercito di un Paese nei confronti del quale è in corso un’invasione da parte di un altro Paese, anche se quest’ultimo è stato provocato ed indotto all’opzione militare ed il primo sia considerato uno Stato che non può essere considerato tra quelli che rientrano in una classificazione “democratica” o non abbiano aderito ad accordi internazionali che lo qualifichino come solidale in una visione comune, finchè restino integre le strutture di comando militare e politico di quello Stato ed il suo esercito abbia la capacità di opporre una resistenza qualificabile in termini militari, capace di dare ancora indeterminatezza all’esito dell’operazione militare e del conflitto e dare significato al sacrificio imposto alla popolazione in termini di continuità del conflitto stesso.

Sono altresì considerabili  “atti di resistenza” o più in generale “Resistenza armata”, quegli atti anche violenti compiuti all’interno di un paese da gruppi di opposizione cui aderisca in senso effettivo o solidale, gran parte della popolazione oppressa da un regime e da governi che violino sistematicamente i “diritti umani”, neghino le elementari forme di libertà, esercitino persecuzioni per ragioni politiche, di razza e di religione, purché quegli atti stessi siano rivolti contro le strutture militari e governative senza coinvolgimento ne’ pratico ne’ potenziale della popolazione civile.

Da questi principi di riferimento che vengono ormai considerati presupposti scontati, scaturiscono le seguenti conseguenze immediate:

1)        Qualsiasi azione compiuta dall’esercito di un Paese democratico, nel caso più generale, degli Stati Uniti che sono onerati dal gravame di essere in qualche modo i “guardiani”, i “gendarmi” ed i “custodi” della democrazia nel mondo, sia per la loro capacità e ricchezza sia per la loro superiorità tecnologica e militare, non può mai essere considerata terroristica neppure quando assuma i caratteri dell’uso esagerato e sproporzionato della forza o per gli effetti collaterali necessariamente collegati all’operazione principale costituita dall’obiettivo di abbattere al più presto il governo del Paese e le sue forze armate regolari, perché tutto questo ha comunque l’unico scopo di restringere nel più breve tempo possibile l’opzione militare al fine di ridurre al minimo possibile la sofferenza possibile alla popolazione del Paese invaso ed il  minor numero di perdite possibili, sia del proprio esercito che della popolazione del Paese avversario.  Ancor di più è dunque da ritenere falso che un’opzione militare adottata dal Paese democratico possa essere dettata da interessi materiali ed economici o da altri interessi biechi che non siano il bene dell’umanità.

2)        Le azioni che ad un’apparenza esteriore presentassero l’aspetto di stragi apparentemente assimilabili a quelle compiute con un “atto terroristico” (attentato, operazione kamikaze, ecc.), quali quelle conseguenti ad un bombardamento di una postazione militare, di un villaggio che ospita terroristi, di un avamposto militare che resiste o anche quelle effettuate sopra le grandi città e le capitali del Paese avversario, non possono essere considerate di natura terroristica in quanto la loro motivazione è collegata ad aspetti “tecnici” di natura militare, quali la necessità di eliminare le postazioni militari offensive e difensive peraltro dolosamente collocate dal governo del Paese avversario a ridosso delle abitazioni civili, sia dalla necessità di rendere inoffensivo l’esercito del Paese avversario, al più presto e con operazioni rapide, efficaci e conclusive, che riducano i tempi ed i costi (in vite umane) dell’opzione bellica.

3)        Non sono infine da assimilare ad “atti terroristici” ne’ considerabili “operazioni terroristiche” nessuna di quelle operazioni compiute dall’esercito del Paese democratico che è stato costretto a scegliere l’opzione militare, qualunque sia l’effetto esteriore, perché esse rispondono sempre e soltanto ad esigenze strategiche di natura e di carattere prettamente militare e mai a scopi e finalità di terrore, di panico diffuso, di scelta indiscriminata; e colpendo peraltro con mezzi militari, non presenta mai quel carattere subdolo, imprevisto ed imprevedibile che presenta invece l’atto terroristico, soprattutto del kamikaze” che, pur senza disporre di nulla, arriva al punto di sacrificare il proprio corpo, evidenziando così una carica di odio tale da considerare nemica l’intera umanità. Sicchè, pur di trascinare con se chiunque consideri nemico, senza alcuna discriminazione tra obiettivi militari e civili; senza alcuna previsione o precauzione di evitare il coinvolgimento di innocenti; senza alcuna discriminazione tra militari e civili, donne, vecchi e bambini, è disposto ad esplodere in prima persona con il suo carico di tritolo e di odio.

4)        Le operazioni militari dell’esercito di un Paese democratico, non possono dunque essere mai assimilabili ad azioni terroristiche, soprattutto per il fatto che, esse sono deliberate con un criterio militare fondato su un’etica propria di un esercito organizzato e gerarchicamente guidato, il quale è controllato da un Governo e da un Parlamento che ne monitora le azioni, le controlla, le giudica e ne deve rendere conto alla propria popolazione. Un controllo che trova un’ulteriore garanzia e supporto nel fatto che, la struttura militare ha, proprio al suo interno, un “codice d’onore” che impone specificatamente il giudizio sulle operazioni svolte dagli ufficiali e dai loro subordinati durante le operazioni e che prevede la condanna di quegli atti non propriamente militari e non “tecnicamente” necessari all’operazione militare in se e basati soltanto su un uso personale o esagerato della forza, sicché offre la garanzia di un controllo delle azioni.

5)        Questa garanzia si spinge non soltanto a qualificare “indegni” dal punto di vista militare e del “codice d’onore” certi atti ed a punirli ma anche ad inquadrarli nella figura degli atti di “criminalità di guerra”; una figura che se non è comunque assimilabile al “terrorismo” è tuttavia già sufficiente a squalificare chi se ne fosse reso responsabile e ad emarginarlo assumendone le distanze con una condanna morale e materiale da parte del Paese e delle sue istituzioni.

Fanno eccezione, pur potendo rientrare nel contesto formale di “esercito regolare”, quelle azioni compiute dall’esercito di un Paese guidato da un governo tirannico che abbia provocato l’opzione militare da parte del Paese democratico in quanto non esiste al suo interno l’equivalente effettivo di un “codice d’onore” che offra le garanzie di un reale rispetto della dignità umana mentre, al contrario, fanno legittimamente ritenere che la forza espressa nell’organizzazione militare sia in realtà tutta asservita più che agli interessi della popolazione, agli interessi del governo o del gruppo che opprime il popolo di quel Paese stesso. Nei confronti dei membri dirigenti, anche militari di un simile Paese, sia che si tratti dei membri del governo che ufficiali dell’esercito, può dunque essere usata la duplice qualificazione di “criminali di guerra” e di “terroristi” e come tali possono essere processati dal Paese democratico al termine delle ostilità o in qualunque momento e luogo venissero catturati. [1]

Questi, molto in generale e riassuntivamente, i principi generali che informano la politica ed il diritto internazionale attuale. Va subito chiarito, però, che le distinzioni sopra riassunte sono di portata politica generale e costituiscono una “volgarizzazione” di un linguaggio molto più “raffinato”  e sibillino, allorché vengono tradotte nei trattati e negli accordi internazionali; e questo ancor più, quando vengano trasposti nel linguaggio e nell’ambito giudiziario dove, operando, soggetti che, poco che siano intellettualmente più qualificati della gran massa, hanno ovviamente un’esigenza diversa non fosse altro che sul piano della forma.

La grossolanità delle suggestioni destinate alla gran massa debbono qui essere raffinate ed adattate a menti più sofisticate che, quale che sia stato il grado di indottrinamento esercitato su di loro da decenni di istruzione obbligatoria e facoltativa, da convegni, specializzazioni, iniziative di studio o di salotto, conservano pur sempre una diversa esigenza non foss’altro che sul piano della più elementare razionalità.

Ed è questo adattamento qualitativo che ora riporteremo riferendoci alle conseguenze in campo legislativo e giudiziario, dei presupposti politici sopra esaminati.

Sul piano più strettamente formale e giuridico, è stata stabilita una nozione di terrorismo prima in campo europeo poi in campo internazionale.

E’ ormai un punto fermo che per atto terroristico, per terrorismo e per attività terroristica si intendono tutti quegli atti e quelle attività, anche non necessariamente compiuti ma anche soltanto concretamente progettati o in progettazione, che hanno finalità, e comunque conseguenza e/o effetto, di colpire con attentati la popolazione, organismi internazionali, istituzioni, soggetti.

Quanto al fine, all’intenzione ed all’effetto, possono essere specifici o concorrenti: seminare panico diffuso nella popolazione; scoraggiare la fiducia nelle istituzioni ed ingenerare uno stato di paura diffusa, di insicurezza e di sfiducia nelle capacità dello Stato di dare difesa, ordine e sicurezza. Oppure anche quello di compiere atti di vendetta e di rappresaglia contro la popolazione di Paesi che aderiscono alla coalizione militare nei territori ove è in corso l’occupazione o la missione di normalizzazione anche al fine di costringere i rispettivi governi a desistere dall’alleanza.

Quanto al movente emotivo che muove l’atto terroristico è indifferente che, oltre che da queste motivazioni, sia accompagnato anche dal risentimento religioso che si inasprisce in quanto si sente attaccato e si rafforza il giudizio negativo sull’avversario che lo attacca oppure che prevalga un sentimento nazionalistico o da un’ostilità verso l’Occidente, sia essa di natura politica, filosofica o religiosa. E’ evidente che in ogni azione è presente un movente politico, uno pratico, uno razionale ed uno emotivo. Quello pratico è il risultato e l’obiettivo immediato ricercato, il risultato politico cui si mira; e se su questo tutte le componenti di una vasto numero di soggetti considerati orbitare nell’area di una disponibilità a compiere atti di violenza, possono trovarsi solidali ; quello emotivo riguarda invece la motivazione più intima e più personale del soggetto e che può essere il fervore religioso per alcuni; il fanatismo per altri; la rabbia e la disperazione per altri ancora; l’avversione ed il disprezzo contro un avversario avvertito come espressione massima di prepotenza, di invadenza e di egoismo per altri ancora; la consapevolezza di non avere più futuro per altri; la vendetta per la perdita di qualche congiunto o di un’ingiustizia profondamente subita.

Se il fine “politico”, pratico, utilitaristico, dell’atto terroristico è quello di costringere gli Stati ed i governi ad assumere determinati comportamenti (la rinuncia ad un’alleanza, ad una coalizione militare, ad una partecipazione militare, ad una missione oppure la liberazione di prigionieri detenuti, l’adozione di determinati provvedimenti di favore, la rinuncia a certe disposizioni repressive o a certe leggi), non necessariamente per essere qualificato “terroristico” un atto deve prevedere un attentato o una strage. Possono anche essere considerate “terrorismo”, minacce adeguate allo scopo e portatrici di una certa potenzialità emotiva sulla popolazione e sui governanti.

Però la categoria non si esaurisce in questa serie di enumerazioni:  è considerato terrorismo anche tutta quella serie di atti che vengono compiuti nei territori nei quali è in corso una “resistenza” contro la presenza degli eserciti della coalizione (Iraq ed Afghanistan) in quanto con la loro “opposizione” ostacolano o rallentano il processo di pace e di normalizzazione; dilatano i tempi della ricostruzione; esasperano ulteriormente la popolazione alimentando in essa il disagio ed il risentimento per l’occupante oscurandone le vere intenzioni umanitarie.

In alcuni processi dove era in questione il periodo precedente all’attuale fase di tentativo di normalizzazione ed alla caduta dei governi iracheno ed afghano, non potendosi evidentemente sostenere questi principi, si diceva puramente e semplicemente i vari gruppi della resistenza erano in realtà terroristi che colpivano e punivano la popolazione accusandone l’accondiscendenza, il tradimento e la complicità con gli invasori, la mollezza, la resa, la rinuncia a resistere se non addirittura la condivisione dei valori stessi degli occupanti.

Ma vogliamo ora vedere la validità di quei presupposti sul piano della realtà concreta?

- S E G U E -


[1] Si pensi all’elaborazione cui è dovuta ricorrere la Cassazione ad esempio nell’annullamento della sentenza di assoluzione del “gruppo Daki” allorché i ricorsi dei difensori rilevavano come non era possibile credere o far credere che tutte le operazioni di guerriglia sol perché compiute contro l’esercito degli Stati Uniti sono azioni terroristiche in quanto non è vero che tutti gli attentati sono stati diretti contro civili o li abbiano comunque coinvolti; anzi in moltissimi casi non li ha affatto coinvolti e c’è stata accortezza a non farlo. La Cassazione non trovava di meglio che affermare che avrebbe potuto ben presumibilmente coinvolgerli per cui, non potendo preliminarmente discriminare su quali atti coinvolgeranno civili e quali no, è da ritenere che tutti gli atti compiti dalla guerriglia in un contesto come quello iracheno ed Afgano, sono da considerare terrorismo e tutti coloro che si impegnano ad andare in quei luoghi per opporre resistenza, sono terroristi o sodali di terroristi!  Quando però a questa semplicistica deduzione veniva fatta seguire la ovvia conseguenza che allora, anche le ripetute stragi effettuate “per errore” o per “effetti collaterali” dai bombardieri statunitensi o della coalizione, cosa che costituisce veramente “fatto notorio”, allora interveniva la seconda precisazione che le operazioni di guerra non rientrano in questa categoria per loro natura e per le ragioni già evidenziate.   C’è da chiedersi cosa resta più del diritto in simili elaborazioni.   Potrebbe più correttamente dirsi che la legislazione vuole in questo modo e che le condanne sono conformi alla norma ma non esprimersi con quel tono di piena condivisione con cui le sentenze fanno sfoggio quasi dovessero più difendere lo spirito della norma con le sue ragioni “politiche e militari” che non la conformità di un giudicato alla norma stessa.

Avv. Carlo Corbucci

In Italia i processi contro gruppi di imputati accusati di aver costituito un’associazione con finalità di terrorismo di matrice islamica (art. 270 bis c.p.) sono stati finora una ventina circa con un numero approssimativo di circa 200 imputati.

I più significativi sono:

1)I tre egiziani falsi kamikaze di Anzio. (El Zahid M. + 2)

2)I due bengladesci falsi bombaroli di Roma -P.zza Vittorio (Hakim M.+1)

3)I 12 falsi aspiranti avvelenatori dell’Ambasciata americana di Roma (Ahmad Naseer)

4)I 28 pakistani di Napoli subito prosciolti

5)Ii 9 falsi kamikaze tunisini di Firenze (Abdallah Ben Matallah + 8 )

6)I i 5 algerini presunti aderenti del Gia, aspiranti affondatori del Titanic di Napoli. (Bourhama + 4)

7)I tre marocchini PRESUNTI addestratori terroristi di Perugia (Korchi+2)

8)I due PRESUNTI bracci destri di Bin Laden in Europa (siriano e francese) di Bari (Ayachi+1)

9)Il gruppo Essid Sami Ben Khemais.

10)Il gruppi Es Sayed -Benattia +3

11)Il gruppo Abdellhedi +4

12)Il gruppo della moschea di Via Ienner (Abu Imad+19)

13)Il gruppo algerino di Napoli (Lounici + 15)

14)Il gruppo misto Daki Mohamed + 11 di Milano

15)Il gruppo Lazhar ben khalifa + 7 di Milano

16)Il gruppo tunisino marocchino Chabchoub + 10 di Bologna

17)Il gruppo Dridi Sabri-Bakir + 15 di Milano

Nomi come Bourhama, Serai, Ahmed Al Bouhali, Muhamed Rafik, Trabelsi, Chekkuri, Essid Sami, Daki Muhammed, Abu Omar, Benattia, Es Sayed, Mullah Fuad, Merai, Kneni Kamal. Lounici, Tumi Ali Ben Sassi, Chees, Radi Add El Samie, Abou El Yazid, Cherif  Said, El Kaissi, Abu Imad, Loubiri, Lazhar, Tlili, ecc. ecc. sono soltanto alcuni tra i vari gruppi che sono stati presentati come i più compromessi e la loro posizione è stata spesso portata suggestivamente come elemento di inquinamento e di compromissione per molti altri.

Sempre presenti in quasi tutti i processi da Milano a Napoli, a Firenze, a Bari, a Brescia, gli avvocati Luca Bauccio, Sandro Clementi, Giuseppe De Carlo, Giuseppina Regina, Carmelo Scambia, Nebuloni, Carlo Corbucci, Giovanni Destito, Vainer Burani, Barbara Manara,  Gianfranco Pace, Antonino Filastò, Carolina Scarano, ed ultimamente Anna Barone, anch’essa attratta da un senso di giustizia dalle esagerazioni di questi processi. a testimonianza costante e l’impegno di questi avvocati hanno costretto una certa parte delle autorità ad un’attenzione maggiore nei confronti di certi processi e ad un maggior rispetto dei diritti di questo genere di reato dalle forti implicazioni politiche e militari.

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I “KAMIKAZE”  CHE LITIGANO CON LE MOGLI E CON I PADRI…

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Era inevitabile che il clima evocato con anni di immagini, suggestioni e paure, cominciasse a dare i suoi frutti.  Questo ben lo sanno quelli che sono funzionalmente addetti al controllo delle “correnti mentali” e delle emozioni della collettività. Lo sanno gli strateghi del “potere” ed i “guardiani del “sistema” termini che, a dire la verità, ci danno personalmente un po’ fastidio ma non ne troviamo purtroppo altri adeguati a rappresentare una situazione come quella attuale ormai pervadente a livello globale.

I “centri di potere” nei quali e dai quali agiscono i “persuasori” non debbono essere fatti svanire in una nebulosa astrazione o in forme di farneticazione “fantastorica” e “fantapolitica” come da diverse parti si sta facendo. Chi consapevolmente come tattica di irrisione mirata a spegnere ogni possibile esordio di coscienza e di consapevolezza che si affacci oltre gli standard ufficiali; chi abbagliato da deliri ufologici, “messaggi celesti” e preannunci planetari catastrofici, ognuno  sta svolgendo la propria parte nel confondere il serio con il facezio, il vero con il falso, il delirio con la pur tremenda realtà delle cose.  Una qualificazione intellettuale, lucida, vigile e razionale, è lo strumento necessario ad orientarsi nel labirinto delle informazioni.

In un articolo successivo chiariremo meglio i limiti ed il significato da dare ad espressioni come “centri di potere”, “operazioni dirette dai servizi segreti” ed altre, che abbiamo più volte usate nei nostri libri ed articoli.  E’ infatti necessario inquadrare bene i diversi piani di azione, i diversi livelli di responsabilità e di consapevolezza ed illustrare meglio la struttura di certi “centri di potere”  per capire come certe operazioni e suggestioni vengono esercitate e comprendere come possano essere concretamente attuate ad insaputa della maggior parte degli stessi addetti ai lavori e degli stessi componenti di certe strutture i quali possono essere, e spesso lo sono, in perfetta buona fede.

Milano con il suo patetico kamikaze autolesionista ha certamente rappresentato un caso, il primo in Italia, di “scoppiati”  sul quale “qualcuno” non ha potuto resistere alla tentazione di volerne fare l’esempio provato della provenienza islamica di altri “scoppiati” nel senso questa volta fisico, letterale e reale del termine, ma forse pochi sanno che fenomeni analoghi, con gli stessi risultati, ne sono avvenuti molti in ogni parte del mondo ma l’occasione non si prestava ad essere strumentalizzata per le difficoltà di controllo diretto delle informazioni.

L’ultimo episodio di Umar Farouk che avrebbe tentato di farsi esplodere con uno strato di esplosivo spalmato tra i testicoli e le mutande, prima dello scalo del suo volo negli Stati Uniti il 27 dicembre 2009, è soltanto uno di quelli che è stato subito afferrato per farne l’uso che si è tentato senza troppo successo a Milano, cioè, portarlo a prova e conferma dell’origine “islamica”  (ma diremmo anche, “a copertura” ulteriore della reale natura, funzione e provenienza) degli episodi di “grande terrorismo stragista”  che hanno segnato le tappe della politica di guerra, di intervento nei Paesi dell’Oriente e del  Medio-Oriente e delle legislazioni di emergenza in tutto l’Occidente, da tempo invocate da certe forze politiche e militari.

E’ evidente che questi casi rappresentano un appetibile occasione per rafforzare la propaganda delle versioni ufficiali considerato che mai nessun riscontro è stato dato di avere in quei casi di “grande terrorismo stragista” (New York, Madrid, Londra, Casablanca, Bali, i mercati e le moschee dell’Iraq e dell’Afghanistan) e che, al contrario, molti dubbi e stranezze sono riusciti comunque ad emergere nonostante l’imponente censura sugli argomenti.  Agguantare lo svitato di turno, il frustrato esasperato o il libertino ribelle impunito che, dopo aver avuto un’ennesima lite con la moglie (come il caso di Milano) o (come il caso americano) con il padre, ricco banchiere che lo rimprovera esasperatamente per i suoi vizi e la sua incapacità tanto da denunciarlo come soggetto a rischio di terrorismo qualche giorno prima dell’episodio, chiudendo contemporaneamente i conti delle sue facili “carte di credito” è quanto di meglio possa capitare ai cacciatori di occasioni inquinanti.  Ben altra capacità, lucidità, freddezza, organizzazione, competenza, libertà di azione, potere e complicità, è richiesta per attuare seriamente anche soltanto il più elementare ma reale atto che abbia anche vagamente un effetto terroristico di portata anche di gran lunga inferiore a quelli che sono stati presentati come le operazioni di “grande terrorismo stragista”.

Occasione appetibile, dicevamo. Forse sarà per questo che, dopo un’iniziale prudenza nonostante lo squilibrato avesse imboccato immediatamente quelli che lo avevano facilmente fermato ed arrestato dichiarandosi addestrato ed incaricato da Al Qa’ida, lo stesso presidente Obama, dal suo luogo di vacanza nel quale ancora si trovava, ha confermato la circostanza. A noi sembra che certe cose confermino sempre di più l’assoluta impossibilità anche da parte delle più alte cariche del “potere apparente” di potersi sottrarre alle solite influenze che dirigono certi fenomeni mondiali. E se Bush al termine del suo mandato aveva ilo coraggio della disperazione e della vergogna di confessare che era stato confuso dai suoi apparati di sicurezza, cioè, dai “servizi” pur formalmente ed apparentemente ai suoi ordini, simili meccanismi di “suggerimento” non sono eludibili neppure quando la premessa e la promessa di un cambiamento di politica abbia caratterizzato l’apparente svolta di una nomina come quella di un uomo come Obama.

All’esito delle considerazioni svolte noi non intendiamo di certo negare che nei “Paesi caldi” dove è ancora in corso una fortissima resistenza all’occupazione (o alla liberazione secondo i punti di vista…?) avvengono operazioni di guerriglia nelle quali rimangono coinvolti anche alcuni civili e la popolazione inerme e che in alcune di queste operazioni possono anche aver agito, a volte (ma non ogni volta che è stato detto) kamikaze; vogliamo soltanto tenere distinte queste ultime da quelle sulle quali abbiamo sempre nutrito il forte dubbio che provengano da tutt’altra parte con lo scopo di discreditare ogni forma di resistenza all’occupazione, scollare la solidarietà tra i gruppi di resistenza con la popolazione stessa, indurre quest’ultima ad una resa rassegnata all’invasione, realizzare, infine, quel processo di sradicamento delle identità locali onde completare quel progetto di globalizzazione e di omologazione mondiale sul quale l’Occidente sta lavorando in fase ormai finale.

Infine vogliamo soltanto precisare che, quanto a vittime civili, quali “effetti collaterali” degli scontri tra guerriglieri ed eserciti di occupazione, i morti per effetto di “operazioni di terrorismo” attribuite ai gruppi islamici, sono considerando l’Iraq e l’Afghanistan, in 10 anni, circa 8.000 mentre quelli per effetto di “operazioni di antiterrorismo”, di “rappresaglia” e di “errori”, conseguenti ai bombardamenti degli eserciti di occupazione, sono 240.000 (ufficiali ma in realtà molti di più)  in Iraq  e oltre 100.000 in Afghanistan. Morti civili: vecchi, donne, bambini, giovani comuni non impegnati in alcuna operazione ma inevitabilmente presenti nelle città oggetto di bombardamenti aerei e terrestri.

Tra quegli 8.000 la maggior parte è rappresentata da quelli che sono quelli rimasti vittime delle operazioni più sospette quali le stragi nel mercati e nelle moschee, cioè in quei luoghi dove, a quel che si dice,  si annidano non certo i soldati americani o della coalizione ma i “terroristi” da decimare al più presto e quei “malati” di fondamentalismo religioso che fanno da ostacolo al processo di globalizzazione e di modernizzazione che ha motivato le guerre.   Chi può comprendere comprenda.

La giustificazione “giuridica” e morale per queste ultime operazioni? Sono compiuti da un esercito regolare nello svolgimento delle sue operazioni militari; sono giustificate dalla ragione di colpire i terroristi confusi tra i civili nelle città e che di queste si fanno scudo. Sono motivate dalla ragione di imporre al più presto la pace e la ricostruzione onde far cessare il disagio dei civili e sradicare il germe del fanatismo e del fondamentalismo.

*

Abbiano accennato in un precedente articolo ai “siti civetta” riferendoci alle condanne per “terrorismo islamico” che le Corti di Giustizia irrorano contro soggetti che hanno visitato certi siti che parlano di “jihad”, di “resistenza afgana ed irachena”, che istigano a compiere atti di terrorismo ed insegnano come si confezionano ordigni esplosivi, veleni ed altro al fine di compiere attentati contro gli “infedeli” o i Paesi che aderiscono alla coalizione militare che ha invaso (o “liberato” secondo le preferenze) l’Iraq e l’Afghanistan.

Ma esattamente cosa c’è di vero? Di che cosa si tratta? E che cosa sono i “siti civetta”?

Già sono iniziati vari processi nei quali si sta collaudando un nuovo 270 ( non più “bis”; questa volta “quinquies”) che prevede una condanna da 5 a 10 anni per chi, anche via internet visionando certi siti, addestra, si addestra o prende addestramento su tecniche di confezionamento e di l’uso di ordigni esplosivi. Il primo teste è stato fatto davanti alla Corte d’Assise di Perugia dove sono stati condannati 3 marocchini a se, quattro e tre anni e mezzo.

“Siti civetta”, dicevamo, ma di cosa si tratta più specificatamente e perché val la pena di parlarne?

Sono esche collocate in Internet dai “servizi” statunitensi ed israeliani per “attrarre” la curiosità di chi viene ritenuto soggetto a rischio per il fatto stesso di interessarsi di un argomento così speciale.

Questo metodo trova una sua apparente legittimazione in una ben nota corrente di psicologia anglosassone a sfondo moralistico e grossolanamente materialista, secondo la quale chi, stimolato da certe sollecitazioni si lascia tentare attratto dalla curiosità, evidenzia per ciò stesso una tendenza pericolosamente significativa. Secondo questa psicologia, un simile metodo non fa altro che far uscire il mostro che, tendenzialmente, è già presente nel soggetto stimolato.

Quando questo presupposto “fideistico” assume l’apparenza di una certezza, può ben capirsi quanto possa diventare condizionante tutto il successivo comportamento di chi è addetto ad aprire la caccia contro il potenziale mostro.[1]

Nella realtà dei fatti, non c’è invece nulla di strano che musulmani ed arabi, in ogni caso gente che in qualche modo viene considerata parte, attiva o passiva, di ciò che sta accadendo nel mondo, aspirino a conoscere dalle fonti di informazione che considerano meno inquinate ed interessate, notizie sullo stato interno dei paesi nei quali è in corso una guerra o una resistenza, sulla situazione reale, sui metodi di resistenza adottati da una parte della popolazione o da gruppi interni, contro l’esercito più armato del mondo.  Sapere cosa in definitiva succede a “casa propria” o in quei Paesi che in qualche modo sono considerati “invasi”, “fratelli nella fede”, “vittime di un nuovo imperialismo” o dell’”invadenza interessata dell’Occidente”, non ci sembra costituire affatto un “significativo elemento di prova” (come si sono espresse certe sentenze) che gli accusati sono effettivamente dei terroristi o sodali di terroristi.

Certo quando si ricorre ai trucchi, tutto appare nella luce voluta. Infatti, gettare in rete tra le varie fonti di informazione, “siti civetta” che sollecitano la curiosità, perché promettono “…notizie inedite e straordinarie”, che assicurano di rivelare “…la vera situazione interna della resistenza locale” e di dimostrare “le stragi e le sofferenze che l’esercito di invasione sta infliggendo alla popolazione ed ai resistenti”, accompagnata all’immissione di video o materiali che possono gettare una luce di compromissione su chi vi ha avuto accesso o ha estratto il materiale, è un trucco come tanti altri che abbiamo avuto modo di verificare in questi processi. Trucchi sulle traduzioni delle intercettazioni, sul rinvenimento di materiali, sui vari incastri costruiti ad arte, ecc.

Quello dei “siti civetta” pseudo-islamici, dicevamo, è lo stesso sistema adottato nella lotta alla pedofilia dove vengono attivati “siti civetta” attraverso i quali vengono individuati gli utenti che vi accedono e che manifesterebbero in tal modo quella pericolosa tendenza verso la quale, lo stesso sistema che dice di combatterla, ha poi fatto di tutto per spingere una gran parte di persone.

Più che di lotta alla droga e alla pedofilia personalmente io personalmente vedo in certe cose più una lotta per il “monopolio occulto” di questi fenomeni aberranti, svolta nell’ombra da pochi… “padroni del mondo”; ma questa è una mia idea personale che non pretendo che condividiate.

In ogni caso è un metodo che offende l’intelligenza perché è condotto peraltro nel modo più idiota possibile; e questo non offende tanto perché al fine delle cose non è affatto scontato che la curiosità che spinge ad aprire certi siti sia sinonimo certo di condivisione o perchè essi vengono presentati in un modo talmente invadente ed invasivo da suscitare quasi impositivamente la loro apertura; ma perché si fonda sul presupposto che quando non sia possibile rendere complice consapevole la stessa Corte, tutti siano comunque talmente imbecilli da non accorgersi di nulla, comprese le Corti che sono chiamate a giudicare su certe prove.

Un esempio tra tutti: in quasi tutti i processi di “terrorismo islamico” si parla di un’enciclopedia che Al Qa’ida avrebbe diffuso in rete, definita ’”Enciclopedia della Jihad e del terrorista”  in 4 volumi addirittura!  E con tanto di bomba a miccia accesa sulla copertina a piena pagina di una palla con miccia accesa, alla Tommy e Gerry!!  Questo, insieme ad un altro volume di circa 2.000 pagine dal titolo “La strategia di Al Qa’da per i prossimi 10 anni” è un “piatto forte” delle Pubbliche Accuse.

Non basta il ridicolo dell’enciclopedia in 4 volumi dove sono descritti tutti i veleni esistenti, tutti gli esplosivi, le tecniche artigianali di confezionamento, di difesa e di offesa, le arti marziali, la ginnastica, ecc. ecc.;  c’è di più: la Jihad è araba, è islamica, è religiosa (anche se ovviamente il terrorismo non lo è), il libro è diretto ad arabi e peraltro ai più grossolani e fragili tra gli arabi; quelli che conoscono appena la loro lingua…. ma l’enciclopedia è scritta in inglese!

Il libro dovrebbe essere quanto di più riservato possa immaginarsi se contiene tecniche, istigazioni, consigli, invece no:  è lì bell’inglese chiaro, alla portata di tutti

E cosa contiene di tanto misterioso e segreto?  Quello che conterrebbe un comune libro di esplosivi e di armi reperibile in ogni libreria scientifica specialistica.  .

CERTO, resta comunque la considerazione, che è il presupposto della nuova dottrina socio-psicologica della American-Defence  che chi si addentra in certi siti ed apre certi argomenti evidenzia comunque un interesse che ha a che vedere col terrorismo e con un’intenzione di apprendere e forse anche di applicare quello che il titolo promette.  Anche se questa conclusione è esagerata e tarata con il vizio di origine di una psicologia a sfondo preventivo, è tuttavia comprensibile che sorga una certa preoccupazione ed inquietudine di fronte al fenomeno di una frequenza troppo ripetuta di quei siti, veri o falsi che fossero.  Però questo metodo che a memoria storica sa tanto di sovietico e di nazista, è diventato “scienza militare e di “potere” negli Stati Uniti dei Bush.  Come era diventato Guantanamo, i rapimenti, la tortura, le invenzioni ingannatrici delle armi di distruzione di massa; e potremmo aggiungere, dei “finti rapimenti” mirati a convincere gli alleati ad intervenire con la “coalizione” nei “territori caldi”.

Nella realtà dei fatti, questo metodo dei “siti civetta”, è così veramente scientifico ed indicativo di qualcosa di significativamente serio? O si risolve invece soltanto in un sistema per incastrare i più fessi e per celebrare processi funzionali ad ottenere condanne che svolgano il ruolo: da un lato di continuare ad alimentare l’evidenza e la necessità delle guerre in corso e della loro continuazione aiutando a sopportare lo sforzo ed i sacrifici che comportano e dall’altro lato, quello di continuare a giustificare i continui inasprimenti legislativi nei vari Paesi ed i supercontrolli sull’intera popolazione. C’è forse un altro ruolo ancora ed è addirittura forse quello di offrire coperture all’origine reale ed ai veri responsabili, sia come mandanti che come esecutori, delle varie stragi attribuite all’evanescente “terrorismo islamico” e alle varie misteriose sigle di comodo.

Quante cose ha permesso di realizzare questo misterioso “terrorismo islamico” nel quadro strategico militare, economico e legislativo “globale”, in termini di riduzione delle garanzie e restrizioni della libertà nel pianeta, di strategie “goe-politiche, economiche e militari”, giocando sulla paura e con formule come “emergenza” e  “pericolo”!

Sia chiaro:  affermando che si tratta di “siti civetta” noi non vogliamo affatto negare che la frequentazione di essi possa diventare comunque un elemento significativo se sono presenti anche altri elementi univoci e concordanti a carico di qualcuno. Del resto che ci siano “siti civetta” a contenuto pedofilo in fondo consente di colpire un fenomeno inquietante e di raggiungere soggetti pericolosi e squallidi. Ma li il reato è già “in re ipsa”, in se stesso: si tratta di pedofili! Chi entra in un sito pedofilo sapendo che è tale, è comunque un pedofilo; ed essere tale unito al fatto di attivarsi concretamente per soddisfare quella tendenza, realizza già immediatamente l’ipotesi criminosa. Qui no, a nostro avviso; ma sia chiaro che sull’art. 270 “quinquies”, le Procure ed ormai anche le Corti la pensano diversamente!

***

Come abbiamo sostenuto davanti alle Corti in questi processi, secondo noi (e secondo una logica non asservita ad interessi militari) informarsi su siti, fossero anche effettivamente jihadisti, non può equivalere automaticamente ad essere un jihadista o un terrorista anche se quei siti rivolgessero proclami ed inviti di natura terroristica. Al massimo quell’operazione può equivalere ad un elemento di valutazione, indicativo, se vogliamo,  che però, da solo, non significa nulla. Anzi, qui l’esca diventa addirittura immorale ed al limite dell’istigazione tanto che ben può sospettarsi che la sua collocazione potrebbe benissimo rientrare in un contesto di provocazione a scopo militare e politico atta a precostituire “casus belli”, occasione di auspicati irrigidimenti legislativi, strumento di alimentazione del mercato della paura utile e necessario a sostenere ed a giustificare le guerre in corso promosse ed in corso di promozione; ed infine, a rafforzare le coperture degli (eventuali) effettivi mandanti o esecutori di quelle stragi che sono state l’utile occasione per dare inizio a quelle guerre e all’invasione di quei territori che, guarda caso, erano già da molti anni prima dei fatti delle Torri gemelle di New York, nei programmi di difesa definiti “scudo spaziale” o  PKN degli Stati Uniti.[2]

Quella dei “siti civetta islamici” non è una nostra supposizione o peggio, invenzione suggestiva. E’ lo stesso presidente dell’Istituto Ricerche Esplosivi di Parma, Danilo Coppe che rivela che, parole sue, “…i manuali per costruire bombe artigianali si scaricano da internet: ingredienti semplici, soprattutto concimi per le piante e sostanze chimiche per la pulizia della casa. Però alcune guide sono state creare da esperti dell’antiterrorismo in modo che l’ordigno esploda durante la sua costruzione. L’obiettivo? Contrastare il,fenomeno degli attentati, colpendo i terroristi prima che agiscano. Si tratta di “guide trappola”. (Fonte: City – 14/10/2009)

D’altra parte basterebbe anche una lettura attenta dei contenuti esaltatati di quei siti per vedere come l’esaltazione sia spesso troppo eccessiva per essere autentica e sembra proprio avere il solo evidente scopo di risaltare quanto siano pericolosamente esaltati i soggetti che si abbeverano ad una simile fonte.

Nel contesto di questa strategia di individuazione dei pericolosi e dei tendenziali, rientrano una serie di iniziative che vanno dal banale al subdolo. Forse per alcuni sarà una sorpresa sapere che, entrati ijn un motore di ricerca di internet come “Google” (ma sarebbe la stessa cosa per “Libero”, “Tiscali”, “Virgilio, Yahoo, ecc.) cliccando una finestrella di ricerca dell’ argomento la frase, ad esempio, “come costruire...”, prima di ultimare la frase, compaiono una serie di opzioni di scelta la prima della quale è… “una bomba...”, seguita da… “una bomba atomica“, “una bomba carta“, “una pistola” e poi tutto il resto, “un modellino di nave” ecc. ecc.  Accanto ad ognuna di queste voci c’è il numero dei visitatori. Soltanto sulla prima, nel novembre 2009, erano 74.000! Immaginiamo già il commento: non tutti i visitatori vengono accusati di terrorismo o perseguiti; dopo un monitoraggio discreto sulle loro attività vengono abbandonati mentre vengono seguiti soltanto quelli… interessanti; come se non fosse evidente che, una volta abbattute certe soglie, chiunque può diventare “interessante” di poco che venga ritenuto… “molesto”, troppo invadente e troppo presente a certe problematiche non convenzionali.

Quella della “predisposizione psicologica” o “genetica” che si voglia, è una teoria “criminologia” molto in voga negli U.S.A. ma per avere un minimo di credibilità dovrebbe almeno accompagnarsi ad un fatto concreto e concludente: l’estrazione del materiale consultato, quale che sia poi il rilievo di questa stessa operazione.  Si può anche considerare appena sintomatico l’approccio a certi siti ma, anche questo, soltanto se ad esso segue almeno un’azione concreta come quella di estrarre il materiale se è vero che si tratta, appunto, di materiale di istruzione di operazioni complesse come il confezionamento di armi ed esplosivi. Se all’accesso non segue questa azione, come può darsi per significativo ciò che è soltanto il prodotto di un inganno, cioè la morbosa sollecitazione e l’istigazione operata sulla legittima curiosità di gente che è bene o male interessata a certi argomenti di informazione, se non altro perché riguardano i loro paesi di origine e le guerre in corso nei loro Paesi.  Portare ad elemento anche soltanto indiziario la curiosità sollecitata dalla presenza di “siti civetta” su argomenti specifici invitanti, non è affatto indicativo di nulla.  Infatti nessuno dei siti visitabili ha un accesso diretto nel senso che non può affermarsi che qualcuno vi entri in quanto voleva andare alla ricerca dell’informazione su come si costruiscono esplosivi. Quegli indirizzi e quei siti passano tutti attraverso l’accesso principale della nota emittente “Al Jazira” che è l’equivalente araba della BBC americana ma, dal punto di vista arabo, molto più informata ed attendibile perché considerata meno “di parte”. E’ dunque evidente che, se durante la visione di notizie e documentari comuni compare il richiamo ad un indirizzo al quale sono rinviati migliori approfondimenti sull’argomento, il visitatore vi ha immediato accesso senza conoscere nessuna speciale password ma semplicemente creando un “nikname” come in qualunque iscrizione a qualsiasi “community” o “chat”.

Ed allora, l’immissione in quei siti di materiale compromettente come i presunti metodi fabbricazione di esplosivi o che altro, non costituisce altro che una maligna trappola, un inganno, fatto apposta per compromettere chi via ha abboccato. In un’ottica ossessiva di prevenzione questo metodo può anche essere efficace per liquidare potenziali avversari ma non costituisce affatto la prova che gli ignari visitatori o i curiosi fossero veramente interessati a quel genere specifico di argomenti (cioè quelli più scottanti) visto che gli argomenti sono tanti e nessuno ne è stato estratto.[3]

Tuttavia la Corte di Perugia, investita del primo caso ex art. 270 quinquies ha ritenuto irrilevante che dopo l’accesso al sito non si sia estratto alcun file e salvato ne’ sul computer ne’ su supporti esterni (che infatti non sono stati trovati) gli argomenti trattati in quei siti, i manuali di istruzione, i proclami e le istruzioni, Per la Corte è già addestramento anche il semplice visitare o il semplice leggere sia pure in rapido excursus; anche perché, secondo la Corte da quel che è dato di anticipare, non rinvenire i supporti informatici esterni ne’ sulla memoria del computer, non è “prova di innocenza” e non esclude che invece siano stati scaricati e nascosti.

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Ma al di la delle considerazioni sin qui svolte, qual è l’aspetto più sospetto dei “siti civetta” e perché il loro uso è ingannevole? Non lo è tanto perché attrae con contenuti ed argomenti falsi attribuiti ad una fonte che non ne è responsabile o che criminalizzano chi li visita. Questa sarebbe semmai un’argomentazione ed una ragione di carattere morale.

Non tanto per questo, dicevamo, perché entrarvi ripetutamente evidenzia quanto meno se non una condivisione attiva quanto meno una curiosità eccessiva sintomo, a sua volta, di una pericolosa  tendenza a lasciarsi trascinare e coinvolgere; e questo tanto più se in quei siti vengono immessi messaggi ed istruzioni anche false ma in ogni caso che si evidenziano di interesse per colui che vi accede sistematicamente.  E’ invece sicuramente ingannevole perchè la loro postazione è stata effettuata per ragioni diverse da quelle con le quali viene giustificata, vale a dire attirare pericolosi terroristi al fine di prevenirli ed arrestarli.  La motivazione precede e supera questo scrupolo ed è di carattere tutta “tattico-militare”.

I siti veri, quelli attribuibili effettivamente a qualche gruppo della resistenza irachena ed afgana, erano pochi e le uniche cose che diffondevano erano soltanto messaggi della resistenza che aggiornavano la situazione interna reale dei luoghi di conflitto. Soprattutto diffondevano notizie su quello che accadeva effettivamente nei luoghi “liberati-occupati”.

Tra quest’attività di informazione c’era quella che informava che cosa stessero effettivamente facendo i liberatori nei territori.  Forse pochi sanno che lo scandalo della soldatessa americana che legava al guinzaglio nudi i prigionieri facendosi fotografare a sua volta nuda mentre faceva quest’attività dai suoi compagni d’armi è venuta alla luce grazie a quelle informazioni non certo alla correttezza dello Stato maggiore Americano che ha tentato di tutto, all’inizio, pur di coprila.

Nessuno avrebbe saputo quello che avveniva a Guantanamo e forse neppure la sua esistenza se la notizia on fosse uscita da quei siti e poi passata ai canali più ufficiali che l’hanno diffusa coprendone la fonte iniziale.  Così come nessuno avrebbe saputo che alcune delle stragi date per compiute da tribù locali contro tribù considerate avversarie o da gruppi terroristici erano state in realtà compiute da gruppetti di soldati americani sia in operazioni sbagliate che in rappresaglie per vendetta, per rabbia contro l’ostilità locale.  E si è trattato di notizie autentiche che hanno dovuto avere persino seguiti ed esiti processuali negli Stati Uniti.

Molte altre notizie sono state censurate; altre non sono pervenute; altre ancora sono state fermate in tempo prima che arrivassero all’ufficialità come quelle riguardanti moltissime delle stragi attribuite ad attacchi kamikaze, ad attacchi contro convogli ecc.

Ogni volta che un’operazione di guerriglia otteneva un risultato apprezzabile sul piano militare la notizia che veniva diffusa in Occidente e nelle altre aree controllate era che le vittime civili che erano rimaste coinvolte insieme ai militari attaccati ed ai “guerriglieri-terroristi” erano state colpite dal resti dei guerriglieri in fuga o per il fatto che questi si servivano dei corpi dei civili come “scudi umani” e via dicendo; ebbene tra le notizie di aggiornamento in quei siti, c’erano le rettifiche e le precisazioni che era proprio una reazione sistematica dei soldati della coalizione, soprattutto americani ma ancor più di quelli delle “compagnie private”, quella di colpire all’impazzata, di reagire indiscriminatamente; qualche volta colpendosi persino tra di loro. Si trattava, precisavano quelle notizie, di reazioni sconclusionate dettate dall’emozione della sorpresa e dalla paura, ma non di rado, dalla rabbia nel vedersi beffati dagli attaccanti che, dopo aver ottenuto ciò che volevano, riuscivano a darsi a mettersi in salvo.  A volte, per evitare testimoni la strage veniva addirittura completata con la soppressione di quelli che erano rimasti e potevano aver visto, non importa se donne, vecchi o bambini.

Infine c’era in quei siti l’invito ai giovani musulmani ad abbandonare ogni indugio e a fare un gesto di coraggio unendosi alle forze di resistenza ed a recarsi nei territori “…per fermare questi massacri e smascherare la “perfidia e l’ipocrisia degli occupanti (…) Sia che moriate o che vinciate, avrete dato la vostra vita per una causa migliore che marcire nella corrotta civiltà e nelle fetide città dei miscredenti; avrete compiuto una “guerra santa” contro gli invasori miscredenti dei luoghi dell’Islam, difeso la religione e l’identità dei vostri popoli; avrete dato un senso alla vita diverso da quello dei soldati degli eserciti invasori ben pagati per la loro missione e per il loro servizio verso i loro avidi governi miscredenti; avrete aiutato i vostri fratelli e sorelle nella fede; una popolazione che non ha che i suoi figli a difenderla ed il vostro sostegno”.  Soprattutto ci sono troppo puntuali precisazioni che invitano i musulmani a non cadere nelle trappole della propaganda di guerra: “non credete a quello che vi dicono: nessun musulmano compirebbe una strage nei mercati dove vivono quotidianamente i proprio “fratelli” e familiari o nelle moschee dove si invoca Allah; sono loro, gli invasori ed i loro servi comprati all’interno che fanno queste cose per dividere i musulmani ed indebolire la resistenza”.

Queste erano le espressioni ed i proclami dei “siti autentici” sino a quando riuscivano a filtrare.

Parole pericolosissime… per lo “Stato Maggiore Americano” che, attraverso  due Dirigenti del Centro Nazionale Antiterrorismo,  Henry Crumpton e Russel Travers, il 7 aprile 2006 confermerà quanto già due anni prima era stato rilevato, cioè, “…il processo di affinamento dei terroristi che stanno sofisticando i metodi tanto che l’Iraq è diventato il maggior campo di lotta soprattutto per l’intervento di terroristi stranieri”. Ancora una volta si ripete che la guerra non si vince, se non viene fermato il flusso degli stranieri che giungono in Afghanistan ed in Iraq.

Ecco allora la vera ragione di tutto: una “ragione militare” che soltanto le Corti di Giustizia imbalsamate nell’obbligo di dover fornire ragioni di “forma”, di “stile”, di “diritto”, di “accettabilità” e di “digestione” per i delicati stomaci delle popolazioni addomesticate, sono tenute a nascondere ed a scoprire trovando le formule dialettiche giuste quali: “fatto notorio”, “reato di pericolo a tutela anticipata”, “resistenza e guerriglia = terrorismo”, ecc. ecc.

E’ chiaro che tutto questo va nella direzione opposta a quel che serve e lascia pericolosamente esposti gli argomenti che sono serviti e servono a giustificare le guerre e gli irrigidimenti legislativi.

Ed allora, perché le Corti possano fare il loro dovere; perché le popolazioni possano essere rese, prima impaurite ed inorridite e poi solidali e pazienti, debbono scomparire i “siti autentici” e comparire i “siti civetta”  dove si parla di come fabbricare ordigni esplosivi per compiere attentati nelle città dei Paesi che hanno aderito alla “coalizione militare” in “missione di pace” in Iraq ed in Afghanistan, compiere qualche altro episodio di “grande terrorismo stragista”, ed infine intensificare le notizie che ogni operazione di guerriglia è soltanto un’operazione kamikaze che ha seminato stragi di civili.

E’ necessario che vengano rimossi i siti autentici e che si sostituiscano con quelli “civetta” nei quali compaiono le rivendicazioni delle stragi, gli inviti a compiere attentati e le lezioni per confezionare ordigni uniti a deliranti messaggi composti da ridicole commistioni di espressioni islamiche e religiose con altre politiche che portano il marchio di una provenienza e di una mentalità prettamente profana ed occidentale. Qualcosa che può confondere soltanto i più grossolani tra gli Arabi e, ovviamente, gli Occidentali.

A questo punto tutto è pronto perché possa darsi seguito alle successive iniziative legislative che criminalizzino questa o quell’attività umana. L’ultima, finora, è stata quella dell’art. 270 quinquies c.p.

Certo non saranno questi gli argomenti che potranno in sede giudiziaria valere per portare all’assoluzione i malcapitati di turno ma non rinunciare a far valere certe consapevolezze è un dovere verso la verità ed un atto di onestà intellettuale che ha comunque il suo valore ed i suoi effetti quanto meno su un piano più profondo.

Avv. CARLO  CORBUCCI


[1] Un sistema del genere è arrivato a livelli veramente grotteschi anche se l’ossessione che sembrerebbe esserne la ragione motivante è senz’altro secondaria rispetto alla vera ragione che è costituita dal tentativo, ormai quasi interamente riuscito, di creare un mondo dove ogni cosa, persino i pensieri più reconditi degli esseri umani, sono posti sotto il controllo di una “centrale del potere” che non ha volto. Si pensi che persino in Italia, precisamente a Roma, è stata “sgominato” (sic!) un gruppetto di persone (sette fin’ora) che, via Internet, cercavano “sesso con animali”. L’operazione è stata compiuta attraverso l’istallazione di “siti civetta” nei quali avevano abboccato ben 514 utenti disponibili, soltanto nel Lazio e 112 a Roma. La pazzia degli utenti e con loro delle “autorità”, ormai sembrerebbe non avere più limite! (Fonte Aidaa – Corriere 14-8-2009)

[2] Nei processi gli operanti e l’Accusa accompagnano spesso l’argomento dei contenuti dei siti visitati con la suggestiva e non veritiera  affermazione che per accedere ad essi occorre conoscere “chiavi di accesso” speciali comunicate da chi ha postato il sito in modo da far credere che il visitatore ha rapporti diretti con i gruppi che parlerebbero attraverso di essi. In realtà mentre quei siti richiedono come tutti gli altri addirittura la password (proprio per essere addirittura individuati!)

[3] Si ricorderà che mentre inizialmente l’emittente Al Jazira era completamente libera, da alcuni anni dopo la stabilizzazione dell’occupazione (o della liberazione…) dell’Iraq è stata, parte acquistata da una compagnia americana e parte posta sotto diretto controllo delle forze armate statunitensi che hanno riservato un potere di controllo e di censura.  E’ da quel momento che essa è diventata uno strumento di individuazione, di sollecitazione e di attrazione di soggetti sui quali viene sollecitata la curiosità ad entrare su “siti invitanti” per poi segnalarli alle autorità dei vari Paesi dai quali avviene la connessione.  Un simile modo di agire parte sempre dalla convinzione di quella scienza criminologica “americana” secondo la quale l’individuo che si lascia stimolare dalla curiosità sollecitata da certi titoli (ad esempio: “come i palestinesi confezionano rudimentali armi di difesa contro le sofisticate armi israeliane”)  è  già tendenzialmente portato a compiere quell’escaletion che lo condurrà alla violenza e comunque manifesta un pericoloso interesse verso un argomento quanto meno inusuale.  Questa teoria trova poi sostegno nella mentalità comune di una gran massa di soggetti che, con “mentalità pantofolaia”, sono ben disponibili ad ammettere che chi si fa i fatti propri (come loro) e non ha nulla da reclamare, non ha neppure nulla da temere e nulla da nascondere; infatti, di fronte alla varietà di straordinarie bellezze che centinaia di canali televisivi trasmettono (dallo sport, al sesso, ai film, ai varietà, alla musica, alle telenovellas e alle avventure dei “grande fratello”) che cos’altro devi mai andare a cercare se sei una persona normale?